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Excalibur (1981): il mito jungiano di John Boorman e il rinascimento fantasy degli anni Ottanta
Di Alex (del 18/02/2026 @ 09:00:00, in Mitologia e Cinema, letto 19 volte)
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Cavalieri in armature cromate specchiate nella luce verde della foresta nel film Excalibur 1981 di John Boorman
Cavalieri in armature cromate specchiate nella luce verde della foresta nel film Excalibur 1981 di John Boorman

Excalibur (1981) di John Boorman è la versione più visivamente densa e psicologicamente audace del mito arturiano. Armature cromate come specchi, luce verde irreale, Wagner e i Carmina Burana: una rappresentazione mitica che trasformò per sempre il cinema fantasy degli anni Ottanta. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Gli anni Ottanta e il ritorno al mito: dal fantascientifico al leggendario
Il trionfo di Guerre Stellari nel 1977 aveva dimostrato che il cinema poteva fare propria la mitologia pura rivestendola di fantascienza: i cavalieri Jedi erano i cavalieri della Tavola Rotonda in abiti futuristici, la Forza era il Graal in versione cosmica. Non fu un caso che negli anni immediatamente successivi Hollywood e il cinema europeo riscoprissero la fonte originale, tornando ai miti classici e alle leggende arturiane con mezzi tecnici inediti. L'onda fantasy degli anni Ottanta — da Conan il Barbaro (1982) a Ladyhawke (1985), da The Dark Crystal (1982) a Legend (1985) — fu in realtà un recupero di archetipi narrativi antichissimi, elaborati attraverso la nuova sensibilità visiva del cinema post-Star Wars. Ma nessuno di questi film affrontò il mito con la stessa ambizione ontologica di Excalibur.

La scenografia e le luci di Alex Thomson: i cavalieri come figure di luce
La scelta visiva più radicale di Boorman fu affidata al direttore della fotografia Alex Thomson: il film è immerso in una luce verde, metallica, irreale. La foresta di Boorman non è un paesaggio naturale ma un luogo psichico, un territorio dell'inconscio collettivo in cui le regole ottiche del mondo quotidiano non valgono. Le armature disegnate da Bob Ringwood — di metallo cromato, sempre perfettamente lucide, che riflettono la luce della foresta come specchi policromi — non hanno nulla di storicamente accurato. Un cavaliere medievale reale portava armatura arrugginita, ammaccata, sporca di sangue e fango. Ma nell'Excalibur di Boorman i cavalieri sono letteralmente "i brillanti", figure di pura luce riflessa, archetipo jungiano dell'Eroe reso visibile. Ogni scena all'aperto è costruita come se la foresta irlandese (le riprese furono effettuate in Irlanda nel 1980) fosse un sogno febbrile, illuminato da luci filtrate da gelatine verdi e blu che trasformano la natura in spazio mitico.

Musica e montaggio: Wagner, Orff e il tempo dell'epica
La colonna sonora di Excalibur è una delle scelte musicali più audaci della storia del cinema fantastico. Boorman rifiutò una partitura originale e costruì invece una selezione di musica classica che funzionasse come commento emotivo diretto alla mitologia: i Carmina Burana di Carl Orff per le scene di battaglia e le investiture cavallerescheskie (in particolare, l'O Fortuna che apre il film è diventata uno dei momenti più riconoscibili della storia del cinema), e il Preludio e Morte di Isotta dal Tristano e Isotta di Richard Wagner per le scene del Graal e della redenzione finale. L'uso di Wagner è particolarmente significativo: il compositore tedesco aveva dedicato l'intera sua vita alla creazione di un'opera che fosse mythologia musicale germanica, e Boorman lo usa come equivalente sonoro della dimensione archetipica del mito arturiano. Il montaggio ellittico di John Merritt comprime l'intera vita di Artù — dalla nascita alla morte, dalla Tavola Rotonda alla Quest del Graal — in meno di due ore e mezza, usando dissolvenze e passaggi temporali bruschi che accentuano il senso di sogno.

Il cast e le interpretazioni: un ensemble che divenne storia
Excalibur è noto anche per aver lanciato o consolidato la carriera di attori che sarebbero diventati protagonisti del cinema internazionale. Nigel Terry interpreta Artù con una dignità malinconica perfetta per il re che porta il peso di un destino più grande di lui. Helen Mirren è una Morgana di glaciale intensità, che usa la sessualità come strumento di potere cosmico. Nicol Williamson costruisce Merlino come un essere fuori dal tempo, più spirito che uomo, con un umorismo bizzarro che lo separa da qualsiasi rappresentazione precedente del mago. Ma il film fu anche il trampolino di lancio di due attori allora quasi sconosciuti: Gabriel Byrne nella parte del padre di Artù, Uther Pendragon, e soprattutto Liam Neeson e Patrick Stewart in ruoli minori che anticipavano le loro carriere future. La coesistenza di veterani shakespeariani e giovani talenti irlandesi e britannici conferisce al film una texture recitativa stratificata che nessun fantasy successivo ha saputo replicare con altrettanta autenticità.

La visione jungiana: il Graal come guarigione psichica
Boorman aveva letto e meditato a lungo gli scritti di Carl Gustav Jung prima di realizzare Excalibur, e la psicologia junghiana è l'ossatura interpretativa del film. Il Graal non è semplicemente un oggetto sacro da trovare: è la guarigione dell'anima ferita, il reintegro della coscienza scissa tra ragione e istinto. Artù è il sé junghiano diviso tra la volontà di ordine (la Tavola Rotonda come progetto razionale di civiltà) e l'impulso oscuro (la passione per Ginevra, il tradimento di Lancillotto, l'incesto con Morgana da cui nasce il figlio-nemico Mordred). Il fallimento di Artù è il fallimento del progetto di coscienza quando le forze dell'ombra non vengono integrate ma represse. La rinascita finale — l'isola di Avalon, il re che non muore ma dorme aspettando il richiamo — è la promessa junghiana dell'individuazione completata nell'aldilà. Nessun altro film ha mai usato il ciclo arturiano con questa consapevolezza psicoanalitica profonda.

L'eredità di Excalibur: il modello che tutti hanno copiato e nessuno ha eguagliato
L'influenza di Excalibur sul cinema fantasy successivo è documentata e massiccia. Peter Jackson ha citato il film di Boorman come riferimento visivo per Il Signore degli Anelli, in particolare per la resa della luce nelle foreste e per il trattamento dell'armatura come elemento simbolico oltre che funzionale. La trilogia di Artù di Antoine Fuqua, il film di Guy Ritchie Il Re Artù (2017) e la serie Cursed di Netflix riprendono elementi narrativi elaborati per la prima volta da Boorman. Ma nessuno ha osato replicarne la radicalità visiva e concettuale: la luce verde, le armature specchio, Wagner sulle battaglie, la compressione mitica dell'intera saga in un unico arco narrativo. Excalibur rimane un unicum del cinema fantastico: troppo denso per il pubblico di massa, troppo popolare per i cinefili puristi, amato appassionatamente da chiunque lo incontri al momento giusto della propria vita.

Excalibur (1981) è uno di quei film che non invecchiano perché non appartengono al loro tempo. Appartengono al mito, che è per definizione atemporale. Boorman non ha raccontato la storia del re Artù: ha usato il re Artù per raccontare qualcosa di più antico e più universale, quella tensione tra luce e ombra, ordine e caos, mortale e divino che è la struttura profonda di ogni storia umana. Per questo il film continua a illuminarsi di significati nuovi ad ogni visione, come quelle armature cromate che riflettono qualunque luce gli venga posta davanti.