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Ray Harryhausen: lo scultore del mito fotogramma per fotogramma
Di Alex (del 13/02/2026 @ 15:00:00, in Mitologia e Cinema, letto 35 volte)
Harryhausen anima uno scheletro nel suo studio
Harryhausen anima uno scheletro nel suo studio

Mentre l'Italia produceva peplum coi culturisti, il cinema anglosassone sviluppò la poetica della creatura grazie a Ray Harryhausen. Non era un tecnico, era un demiurgo che scolpiva il mito fotogramma per fotogramma usando la stop-motion, creando creature che ancora oggi definiscono il fantasy cinematografico. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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L'apprendistato con Willis O'Brien
Ray Harryhausen vide King Kong nel 1933 quando aveva tredici anni. Il film cambiò la sua vita. Decise immediatamente che avrebbe dedicato la sua esistenza a creare creature impossibili che vivessero sullo schermo. Studiò anatomia, scultura, fotografia e progettazione meccanica. Costruì modelli nella cantina dei genitori, sperimentando con scheletri di gomma e armature metalliche articolate.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Harryhausen produsse film di addestramento per l'esercito, affinando le sue tecniche. Nel 1946 incontrò Willis O'Brien, l'animatore di King Kong, che divenne suo mentore. O'Brien lo assunse come assistente per Mighty Joe Young, film del 1949 dove Harryhausen animò la maggior parte delle sequenze con il gorilla gigante. Il film vinse l'Oscar per gli effetti speciali, lanciando la carriera di Harryhausen.

Il processo Dynamation
Harryhausen perfezionò un sistema che chiamò Dynamation, evoluzione della tecnica di compositing di O'Brien. Il processo prevedeva fasi complesse. Prima si filmavano gli attori reali in location o su set, spesso con riferimenti per l'interazione con creature inesistenti. Poi, in studio, Harryhausen proiettava la pellicola fotogramma per fotogramma su uno schermo translucido dietro al modellino.

La chiave era il mascherino: elementi di primo piano come rocce, alberi o edifici venivano ripresi separatamente e usati per creare maschere ottiche che permettevano alla creatura di muoversi "dentro" la scena invece che davanti ad essa. Harryhausen posizionava il modellino su un set in miniatura coordinato con la retroproiezione, regolava luci e ombre per corrispondere all'illuminazione della scena reale, e animava la creatura muovendola di frazioni di millimetro tra un fotogramma e l'altro.

L'illuminazione come ancoraggio alla realtà
La sfida più grande era rendere credibile l'integrazione tra live-action e animazione. Harryhausen era maestro nell'illuminazione: studiava la direzione della luce solare nelle riprese esterne e riproduceva esattamente la stessa angolazione nello studio con potenti lampade ad arco. Le ombre della creatura dovevano cadere nella stessa direzione e con la stessa intensità di quelle degli attori.

Creava riflessi e luci riempitive che simulavano il rimbalzo della luce su terreni sabbiosi o rocciosi. Aggiungeva controluce per separare il modellino dallo sfondo. Ogni dettaglio doveva convincere l'occhio che la creatura esisteva nello stesso spazio fisico degli attori. Quando funzionava, l'effetto era magico: il cervello dello spettatore accettava l'impossibile come reale.

Le creature iconiche
La filmografia di Harryhausen è un catalogo di mostri leggendari. Il Rhedosaurus di The Beast from 20,000 Fathoms è il prototipo del kaiju moderno, che ispirò direttamente Godzilla. Gli scheletri combattenti di Jason and the Argonauts, animati simultaneamente in una coreografia di spade impossibile, rimangono una delle sequenze più tecnicamente impressionanti mai realizzate: ogni secondo di azione richiedeva ore di lavoro minuzioso.

La Medusa di Clash of the Titans, con la sua coda serpentina che striscia e l'arco che tende, dimostra l'attenzione anatomica di Harryhausen. Il Ciclope di The 7th Voyage of Sinbad ha espressioni facciali sorprendentemente emotive per un mostro. Il Kraken di Clash of the Titans è il culmine della sua carriera: una creatura colossale con tentacoli multipli animati indipendentemente, ognuno con personalità e movimento propri.

Un lavoro di pazienza monastica
Harryhausen lavorava da solo. Rifiutava assistenti perché voleva controllo totale su ogni aspetto dell'animazione. Una sequenza di due minuti poteva richiedere due mesi di lavoro continuo, otto ore al giorno, sei giorni alla settimana. Muoveva il modellino, scattava un fotogramma, lo muoveva di nuovo, scattava, in un processo meditativo e sfibrante.

Gli errori erano irreversibili. Se dopo 200 fotogrammi (8 secondi di film) notava un'imperfezione, doveva ricominciare da capo. La concentrazione richiesta era estrema: un movimento brusco, una vibrazione, un cambiamento della luce poteva rovinare ore di lavoro. Harryhausen descriveva il processo come "danza lenta con un partner invisibile", dove ogni fotogramma doveva fluire impercettibilmente nel successivo per creare l'illusione del movimento.

L'eredità dopo la CGI
L'arrivo della computer grafica negli anni novanta rese obsoleta la stop-motion per gli effetti speciali mainstream. Jurassic Park nel 1993 dimostrò che i dinosauri digitali potevano muoversi con fluidità impossibile per i modellini. Ma la morte della stop-motion commerciale coincise con la sua rinascita artistica. Registi come Henry Selick, Tim Burton e Wes Anderson adottarono la tecnica per l'animazione autoriale, celebrandone proprio le caratteristiche che la CGI elimina: la materialità, la tattilità, le imperfezioni che tradiscono la mano umana.

Harryhausen morì nel 2013, venerato da generazioni di cineasti. Spielberg, Lucas, Jackson, del Toro citano tutti Harryhausen come ispirazione fondamentale. Le sue creature sopravvivono non nonostante le limitazioni tecniche, ma grazie ad esse: l'imperfezione del movimento, la grana della pellicola, le ombre leggermente sbagliate conferiscono un'aura onirica che nessun rendering digitale perfetto può replicare.

Harryhausen non creava mostri, evocava archetipi. Ogni scheletro che combatte, ogni drago che vola, ogni divinità che si anima è un frammento di mitologia materializzata attraverso pazienza infinita. Nel mondo dell'immediatezza digitale, il suo lavoro ci ricorda che la magia richiede tempo, che il miracolo è fatto di fotogrammi, uno alla volta.