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I templi megalitici di Ġgantija e l'enigma dei giganti di Gozo
Di Alex (del 20/07/2026 @ 15:00:00, in Misteri, letto 126 volte)
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Veduta dei templi di Ġgantija a Gozo con enormi blocchi calcarei
Veduta dei templi di Ġgantija a Gozo con enormi blocchi calcarei
Sull'isola maltese di Gozo sorgono i templi di Ġgantija, eretti a partire dal 3600 avanti Cristo con blocchi di pietra da oltre cinquanta tonnellate. Secondo la leggenda, solo una gigantessa poteva averli costruiti, ma la verità archeologica è ancora più affascinante. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Il complesso templare di Ġgantija, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1980, si compone di due templi affiancati con pianta a cinque absidi, che ricordano la forma di un trifoglio o di un corpo femminile disteso, simbolo ricorrente nelle culture neolitiche legate al culto della Dea Madre. Le mura perimetrali sono costituite da ortostati di calcare corallino, lastre alte fino a sei metri, mentre le strutture interne utilizzano il più tenero calcare globigerino, facilmente lavorabile e levigabile. La massa complessiva del materiale lapideo supera le diverse migliaia di tonnellate, un'impresa che stupisce ancora oggi gli ingegneri.

Come trasportavano i megaliti?
Senza la ruota nè animali da tiro, gli abitanti neolitici di Gozo spostavano i blocchi facendoli rotolare su rulli di legno o, più probabilmente, su sfere di pietra dura, come suggerito dal ritrovamento di numerose sfere litiche di calcare compatto nei pressi dei cantieri templari. Le superfici delle lastre mostrano ancora le tracce di corde e leve, e si ritiene che l'erezione avvenisse tramite rampe di terra battuta progressivamente smantellate. La logistica comunitaria doveva mobilitare decine, forse centinaia di persone, coordinate da una casta sacerdotale o da capi tribali.

Gli scavi hanno rivelato che i templi non furono edificati in una sola fase, ma ampliati e rimaneggiati per oltre mille anni. Ogni abside aveva una funzione specifica: una ospitava un altare per libagioni, un'altra un focolare per i sacrifici, una terza nicchie per l'esposizione di statuette votive rappresentanti figure femminili steatopigie, le cosiddette "Veneri maltesi". La più celebre, la Venere di Ġgantija, oggi conservata al Museo Archeologico di Gozo, è alta solo 12 centimetri ma esibisce forme esuberanti che simboleggiano la fertilità della terra e della donna.

Culti e rituali comunitari
I templi di Ġgantija non erano semplici luoghi di preghiera: erano centri di redistribuzione alimentare. Le analisi dei residui organici trovati nei grandi vasi di ceramica indicano la presenza di cereali, legumi, miele e tracce di birra primitiva. Si ipotizza che durante le cerimonie stagionali, forse legate al solstizio d'inverno o ai raccolti, le comunità portassero le loro offerte alimentari, che venivano in parte consumate ritualmente e in parte immagazzinate come riserva collettiva.

La presenza di fori di palo e resti di focolari cerimoniali indica che i riti prevedevano l'illuminazione con fuochi e l'uso di ocra rossa, sparsa sulle pareti e sulle statue. Le absidi, coperte da volte a mensola in pietra, creavano ambienti bui e suggestivi, amplificando l'effetto scenico delle cerimonie, mentre il suono dei tamburi e dei flauti in osso riempiva lo spazio, come testimoniato dai reperti sonori rinvenuti.

La leggenda di Sansuna e la fine della civiltà templare
Il nome Ġgantija deriva dalla parola maltese per "gigante", e la tradizione orale attribuisce la costruzione a una gigantessa di nome Sansuna, che avrebbe trasportato le pietre sulla testa mentre allattava il suo bambino. La leggenda, pur fantasiosa, riflette la memoria collettiva di un'impresa titanica che solo esseri sovrumani potevano aver compiuto. In realtà, la civiltà templare maltese, fiorita per oltre un millennio, scomparve misteriosamente intorno al 2500 avanti Cristo, forse a causa di un collasso climatico, dell'esaurimento delle risorse agricole o di invasioni esterne.

I templi furono abbandonati e sepolti sotto cumuli di terra e detriti, conservandosi intatti fino alla riscoperta nel XIX secolo. Oggi, camminare tra quelle pietre ciclopiche significa entrare in contatto con una delle prime società complesse della storia umana, che molto prima dei grandi imperi fluviali seppe organizzarsi e credere in qualcosa di tanto grande da spostare le montagne, letteralmente.

Ġgantija non è solo un monumento archeologico, ma un messaggio scolpito nella roccia che parla di fede, comunità e ingegno. Una lezione di umanità che risuona ancora, cinquemilacinquecento anni dopo.

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