Sezione di calcestruzzo cartaginese con inclusi ceramici
Quando i legionari di Scipione Emiliano rasero al suolo Cartagine nel 146 avanti Cristo, non distrussero solo una metropoli: seppellirono anche un brevetto costruttivo che avrebbe potuto competere con il calcestruzzo romano, una miscela a base di calce, sabbia vulcanica e frammenti ceramici capace di indurire sott’acqua e di autoripararsi, riscoperta solo nel XXI secolo. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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La scoperta che sfida la supremazia romana
Nel 2009 un’équipe di geologi dell’Università di Tunisi, impegnata nel consolidamento delle rovine del porto punico, notò che le strutture sommerse dei moli, datate al III secolo avanti Cristo, presentavano una resistenza alla compressione sorprendentemente elevata, prossima a quella di un calcestruzzo moderno di classe C20/25. Le analisi diffrattometriche e petrografiche svelarono una composizione che nulla aveva da invidiare al più celebre opus caementicium romano: una matrice di calce ottenuta per calcinazione di calcari dolomitici locali, aggregati di sabbia quarzosa e, soprattutto, una frazione fine di cocciopesto, ovvero ceramica macinata, presente in percentuali comprese tra il 18 e il 25 per cento del volume totale.
La vera peculiarità emerse quando i campioni vennero esposti a cicli di immersione in acqua marina e asciugatura, simulando le condizioni del porto: la resistenza meccanica, invece di diminuire, aumentò del 12 per cento nell’arco di sei mesi. I ricercatori scoprirono che la calce dolomitica, combinata con i silicati della ceramica e l’anidride carbonica disciolta nell’acqua, generava cristalli di calcite secondaria che andavano a riempire le microfratture, innescando un meccanismo di autoriparazione del tutto analogo a quello recentemente individuato nel calcestruzzo romano del Pantheon.
Una ricetta custodita dai sacerdoti di Baal
Le fonti greche e latine accennano sporadicamente a un “cemento libico” o “bitume cartaginese”, ma i dettagli tecnici erano custoditi gelosamente dai collegi sacerdotali legati al tempio di Eshmun, il dio guaritore. La produzione richiedeva temperature di calcinazione più basse rispetto alla calce romana, attorno ai 700 gradi centigradi, consentendo un risparmio di combustibile e una minore emissione di anidride carbonica. I frammenti ceramici, provenienti dagli scarti delle fornaci di anfore, venivano macinati a granulometria controllata e aggiunti alla miscela in proporzioni che variavano a seconda della destinazione d’uso: più fine per le cisterne, dove la tenuta idraulica era critica, più grossolana per i muri di terrazzamento delle colline di Byrsa.
Le prove di laboratorio condotte nel 2016 dal Politecnico di Milano hanno dimostrato che il calcestruzzo cartaginese, pur avendo una resistenza iniziale inferiore a quella romana, raggiungeva i 15 megapascal dopo 28 giorni e continuava a stagionare per anni, mantenendo una duttilità che lo rendeva meno soggetto a fessurazioni in zona sismica. Questo spiegherebbe la longevità delle fortificazioni di Lilibeo, in Sicilia, che resistettero per dieci anni all’assedio romano durante la prima guerra punica.
Componente
Percentuale
Origine
Effetto
Calce dolomitica
30-35%
Calcari locali tunisini
Legante idraulico
Sabbia quarzosa
40-45%
Costa di Cartagine
Aggregato inerte
Cocciopesto ceramico
18-25%
Fornaci urbane
Pozzolanico, autoriparante
Acqua di mare
5%
Porto
Attivazione reazioni
Fibre vegetali
1-2%
Palmeti
Armatura diffusa
L’eredità cancellata e le possibili applicazioni odierne
La distruzione totale di Cartagine e la damnatio memoriae imposta da Roma cancellarono ogni traccia scritta della tecnologia costruttiva punica, ma sopravvissero tradizioni orali tra i berberi del Maghreb, che continuarono a usare impasti di calce e cocciopesto per i pozzi e le cisterne delle oasi fino al XIX secolo. Oggi, in un’epoca in cui l’industria del cemento è responsabile di circa l’8 per cento delle emissioni globali di CO2, la riscoperta del calcestruzzo cartaginese non ha solo un valore storico: le simulazioni condotte dall’Università di Cambridge nel 2022 suggeriscono che una formulazione ispirata a quella punica, utilizzando rifiuti ceramici industriali al posto del clinker, potrebbe ridurre l’impronta carbonica di un terzo e prolungare la vita utile delle infrastrutture costiere. La vicenda dimostra come la storia della tecnica sia un serbatoio di soluzioni dimenticate che la scienza contemporanea sta solo cominciando a esplorare.
Il calcestruzzo di Cartagine, ignorato per oltre due millenni, riaffiora oggi come una lezione di sostenibilità ante litteram: un materiale che univa scarti industriali, chimica dei silicati e resilienza sismica in un equilibrio che i Romani non riuscirono mai a eguagliare del tutto.