Le rovine di Volubilis con l'arco di Caracalla e le colonne del foro
Prima che le folle riempissero le strade di Volubilis, un intero mondo era già al lavoro. I coltivatori di olive raccoglievano le pianure fertili, i mercanti attraversavano il Nord Africa con merci provenienti da terre lontane, gli artigiani modellavano pietra, mosaici e olio d'oliva che alimentava il mondo romano. Questa era Volubilis, una delle città romane più prosperose ai confini dell'Africa. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Dalla capitale berbera alla città romana: la storia di Volubilis
Volubilis, situata su un'altura tra i fiumi Khoumane e Fertassa nell'odierno Marocco, ha una storia che precede l'arrivo dei Romani di almeno quattro secoli. Era originariamente una capitale del regbero berbero di Mauretania, sotto il regno di Giuba II, il re colto e filo-romano che sposò Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra d'Egitto e Marco Antonio. Quando l'imperatore Claudio annesse la Mauretania nel 44 dopo Cristo, trasformandola nella provincia romana della Mauretania Tingitana, Volubilis fu scelta come centro amministrativo principale grazie alla sua posizione strategica e alla sua prosperità economica. La città conobbe un periodo di straordinaria crescita tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, diventando il centro produttivo dell'olio d'oliva più importante di tutta l'Africa settentrionale. Le case patrizie si estendevano per oltre mille metri quadrati, decorate con mosaici tra i più belli del mondo romano. L'arco di trionfo di Caracalla, eretto nel 217 dopo Cristo, segnava l'ingresso occidentale alla città ed era sormontato da una quadriga di bronzo dorato, di cui oggi restano solo le colonne di marmo. Il foro, situato nel cuore della città, misurava quaranta metri per ventidue ed era circondato da portici e statue onorarie. La basilica giudiziaria, lunga settantasei metri e larga diciassette, era uno degli edifici pubblici più grandi di tutta la provincia, capace di ospitare oltre cinquecento persone per le udienze dei tribunali. Volubilis aveva anche un complesso termale monumentale, le Terme di Gallieno, con vasche in marmo bianco e pavimenti riscaldati, un tempio capitolino dedicato a Giove, Giunone e Minerva, e un quartiere residenziale noto come "quartiere degli efebi" per la splendida statua bronzea di un giovane atleta ivi rinvenuta durante gli scavi francesi degli anni Trenta del Novecento.
L'oro verde di Volubilis: la produzione dell'olio d'oliva
Ciò che rese Volubilis eccezionalmente ricca fu la produzione di olio d'oliva, il cosiddetto "oro verde" del Mediterraneo. Le pianure circostanti erano coperte da decine di migliaia di ulivi, molti dei quali esistevano già prima dell'arrivo dei Romani. Gli archeologi hanno identificato nei dintorni di Volubilis oltre cinquanta frantoi (torcularia), ciascuno in grado di produrre fino a diecimila litri di olio all'anno. La tecnologia romana della pressatura era sorprendentemente efficiente: le olive venivano schiacciate da una macina rotante in pietra vulcanica, poi la polpa veniva pressata utilizzando un lungo braccio di legno azionato da un contrappeso o da una vite in legno. L'olio raccolto veniva versato in anfore di terracotta di capacità standardizzata (settanta litri), sigillate con un tappo di sughero e un bollo che indicava il produttore, l'anno e il peso. Da Volubilis, le anfore venivano trasportate su carri fino al porto fluviale di Sala (l'odierna Rabat), quindi imbarcate per la Spagna, la Gallia e l'Italia. La qualità dell'olio di Volubilis era rinomata in tutto l'impero: fonti letterarie (Plinio il Vecchio, Historia Naturalis) lo descrivono come "viridissimo, di sapore fruttato con note di mandorla", ideale per cucinare ma anche per la cosmesi e per le lampade ad olio. L'olio di Volubilis era anche utilizzato nei riti religiosi: una grande iscrizione dedicatoria rinvenuta nel foro ricorda che un certo Marcus Valerius Severus donò al tempio di Giove duemila anfore di olio (centoquarantamila litri) per i giochi in onore dell'imperatore. Oltre all'olio, Volubilis esportava grano, fichi secchi, datteri, e una specialità locale: la "liquamen", una salsa di pesce simile al garum ma preparata con pesci dell'Atlantico. Le anfore di Volubilis sono state rinvenute in siti archeologici lontani come Londinium (Londra) e Colonia Agrippina (Colonia), a testimonianza dell'ampiezza dei commerci della città.
Prodotto
Produzione annua stimata
Destinazione principale
Olio d'oliva
500.000 litri
Roma, Spagna, Gallia
Grano
10.000 tonnellate
Legioni della Mauretania
Liquamen (salsa di pesce)
5.000 anfore
Italia
Pelli conciate
20.000 pelli
Esercito romano
Mosaici, domus e vita aristocratica a Volubilis
La ricchezza dell'olio d'oliva si rifletteva nelle sfarzose domus (case patrizie) di Volubilis, le cui pavimentazioni musive sono tra le meglio conservate di tutto il mondo romano. La Casa dei Lavori di Ercole, una residenza di oltre duemila metri quadrati, prende il nome dal ciclo di mosaici che decorano il triclinio (sala da pranzo), raffigurante le dodici fatiche dell'eroe mitologico. Le scene sono eseguite con tessere di meno di cinque millimetri, utilizzando marmi colorati provenienti da Numidia, Grecia e Asia Minore. La Casa del Cavaliere, invece, prende il nome da un mosaico raffigurante un cavaliere che uccide un leone, simbolo del potere e del coraggio. In questa domus, gli archeologi hanno scoperto un tesoro di cinquantasette monete d'oro (aurei) risalenti al terzo secolo dopo Cristo, nascoste in un'anfora sotto il pavimento della cucina, probabilmente al momento dell'abbandono della città. La vita nelle domus di Volubilis era scandita dai ritmi del "cursus honorum" (la carriera politica locale). I patrizi si alzavano all'alba, ricevevano i clienti nella "tablinum" (studio), poi si recavano al foro per assistere alle riunioni della curia (il senato locale). Il pranzo (cena) era il pasto principale, servito nel tardo pomeriggio, con portate che potevano includere uova, ostriche, carni arrosto (cinghiale, capretto, maiale), pesce di fiume e dolci al miele e semi di papavero. Il tutto annaffiato da vino di Tangeri, un vino dolce e liquoroso apprezzato anche a Roma. Le donne delle classi alte gestivano la casa e l'educazione dei figli, ma alcune di esse, come la famosa Volusia Tertia di cui abbiamo una lunga iscrizione funeraria, gestivano direttamente le loro proprietà terriere e presiedevano associazioni religiose. Volubilis conobbe un lento declino a partire dal terzo secolo dopo Cristo, quando le pressioni delle tribù berbere non romanizzate (i Mauri) resero insicura la regione. L'imperatore Settimio Severo, nativo di Leptis Magna (Libia), concesse a Volubilis lo status di municipio nel 201 dopo Cristo, ma la città fu evacuata dalle truppe romane intorno al 280 dopo Cristo. Tuttavia, la città continuò a vivere sotto i governatori berbero-romani e poi sotto la dominazione islamica fino all'undicesimo secolo, quando fu definitivamente abbandonata. Oggi, le sue rovine sono patrimonio dell'UNESCO e uno dei siti archeologici più suggestivi del Nord Africa.
Volubilis racconta una storia dimenticata dei manuali: quella di un'Africa romana prospera, colta e multiculturale, dove i contadini berberi e i patrizi latini condividevano la stessa terra e lo stesso destino. I suoi mosaici, sfiniti dal sole ma ancora vivi nei colori, sono l'ultimo sorriso di una civiltà che ha saputo fare dell'olio, del commercio e della bellezza la sua ragion d'essere.