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La storia di Gaio Giulio Cesare dal 100 avanti Cristo alla sua morte
Di Alex (del 12/06/2026 @ 13:00:00, in Storia Impero Romano, letto 496 volte)
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Neonato Cesare in una famiglia patrizia romana
Neonato Cesare in una famiglia patrizia romana
Gaio Giulio Cesare nacque nel 100 avanti Cristo in una Roma segnata da feroci lotte politiche, in una famiglia patrizia che vantava discendenza divina. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Roma nell'anno 100 avanti Cristo
Nell'estate del 100 avanti Cristo le assemblee elettorali del Foro si trasformarono in un campo di battaglia. Il tribuno della plebe Lucio Appuleio Saturnino, alleato del pretore Gaio Servilio Glaucia, tentava di far approvare leggi che promettevano terre ai veterani di Mario, nuove colonie nelle province e grano venduto al popolo a un prezzo politico, molto inferiore a quello di mercato; i senatori più conservatori vedevano in questo programma un attacco diretto ai propri privilegi e alle casse dello Stato. Per sostenere le proprie proposte Saturnino si circondava di bande di uomini armati, reclutate tra gli ex soldati e tra i contadini rovinati, e la tensione esplose quando Gaio Memmio, candidato al consolato e nemico del gruppo, venne massacrato a bastonate in pieno giorno, durante la campagna elettorale. Il Senato rispose con il senatus consultum ultimum, il decreto d'emergenza che invitava i magistrati a difendere la repubblica con ogni mezzo, e a guidare la reazione toccò proprio a Gaio Mario, console in carica, che pochi anni prima era stato alleato dello stesso Saturnino. Mario armò i volontari, assediò i ribelli sul Campidoglio e, secondo le fonti, fece interrompere le condutture dell'acqua che rifornivano la collina; quando Saturnino e i suoi si arresero, il console li fece rinchiudere nella Curia Ostilia, promettendo che sarebbero stati processati regolarmente. Una folla inferocita salì però sul tetto dell'edificio, scoperchiò le tegole e le scagliò sui prigionieri fino a ucciderli. Fu un episodio tremendo, che mostrò quanto fosse diventato sottile il confine tra la politica e il linciaggio, e come anche il più grande generale di Roma potesse perdere in pochi giorni il favore dell'una e dell'altra fazione.

Il peso di Mario nasceva dalle guerre contro i Cimbri e i Teutoni, due popoli germanici che negli anni precedenti avevano distrutto più di un esercito romano e fatto temere un'invasione dell'Italia. Mario li aveva fermati ad Aquae Sextiae, nella Gallia meridionale, nel 102 avanti Cristo, e a Vercelle, nella pianura padana, nel 101 avanti Cristo, appena un anno prima della nascita di Cesare, e per questo molti lo chiamavano il terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e Camillo. Per trovare uomini in numero sufficiente aveva aperto le legioni anche ai cittadini più poveri, che non possedevano un patrimonio abbastanza grande da pagarsi l'equipaggiamento: il soldato serviva per lo stipendio e per la speranza di ottenere, a fine carriera, un pezzo di terra dal proprio comandante. Era una riforma geniale dal punto di vista militare, ma carica di conseguenze politiche, perchè legava la fedeltà delle truppe al generale che le pagava e le ricompensava più che alla repubblica; la richiesta di terre per i veterani, che Saturnino portò in Senato nel 100 avanti Cristo, nasceva esattamente da questo meccanismo. La città in cui Cesare aprì gli occhi era dunque una metropoli sorprendente e fragile, popolata da alcune centinaia di migliaia di abitanti secondo le stime moderne, rifornita da quattro acquedotti (l'Appio, l'Aniene Vecchio, la Marcia e la Tepula), attraversata da un Tevere che straripava spesso e minacciata di continuo da incendi, crolli di palazzi e carestie. Le strade risuonavano dei comizi elettorali, delle grida dei venditori ambulanti e delle sommosse che scoppiavano per il prezzo del grano, mentre le famiglie più ricche abitavano in domus arroccate sul Palatino e la massa del popolo si accalcava in insulae fatiscenti, case a molti piani alte e strette, costruite in fretta con mattoni e travi di legno.

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Dal punto di vista formale la costituzione repubblicana era un sistema di equilibri molto elaborato: due consoli eletti ogni anno, con poteri civili e militari, affiancati da pretori, edili e questori; un Senato di circa trecento membri, formato soprattutto da ex magistrati; assemblee popolari che votavano le leggi ed eleggevano i magistrati. Nei fatti, però, il voto era ponderato, perchè nei comizi centuriati le classi più ricche disponevano di molte più centurie dei poveri, e la carriera politica richiedeva denaro, amicizie e un cognome noto. Per arrivare al consolato bisognava percorrere il cursus honorum, gradino dopo gradino, e spendere somme enormi in banchetti, spettacoli e regali agli elettori, sicchè le famiglie dell'aristocrazia, patrizie o plebee ma arricchite, formavano una cerchia ristretta che si passava le cariche di padre in figlio. A tenere insieme il sistema c'era la clientela: ogni mattina, all'alba, i clienti più umili si presentavano alla porta del patrono per la salutatio e, in cambio di protezione, cibo e assistenza legale, gli garantivano il proprio voto e la presenza nelle manifestazioni di piazza. Questa rete di favori, trasmessa in eredità come un patrimonio, spiega perchè le alleanze matrimoniali tra le grandi casate fossero decisive quanto le alleanze politiche.

La costituzione repubblicana era minata dalla corruzione, dalla violenza politica e dall'emergere di personalità carismatiche pronte a utilizzare il proprio esercito per imporre le riforme. La classe senatoria si divideva in optimates, conservatori attaccati ai privilegi e all'autorità del Senato, e populares, favorevoli a una redistribuzione delle terre pubbliche e a una maggiore partecipazione popolare. Non erano partiti nel senso moderno, con tessere e programmi, ma due modi di fare politica: i primi cercavano il consenso nella curia e tra i loro pari, i secondi nelle assemblee e attraverso i tribuni della plebe; e quasi tutti i protagonisti, da una parte e dall'altra, appartenevano alle stesse grandi famiglie. Anche Mario, che per il Senato era un parvenu, un uomo nuovo arrivato dalla piccola città di Arpino, aveva potuto emergere soltanto grazie a un matrimonio che lo legava alla più antica aristocrazia di Roma, quello con Giulia, zia del nostro Gaio.

La gens Iulia, a cui apparteneva il neonato, era una delle più antiche e orgogliose di Roma, benchè non fosse tra le più ricche. Era patrizia, cioè discendeva da quel nucleo di famiglie che, secondo la tradizione, formavano il Senato sin dai tempi dei re, e questo status garantiva un prestigio religioso particolare, perchè alcuni sacerdozi antichissimi, come quello del flamen Dialis, il sacerdote di Giove, erano riservati ai soli patrizi. Il padre, Gaio Giulio Cesare il Vecchio, era un rispettato senatore di rango pretorio, che aveva governato la provincia d'Asia, ma non aveva mai raggiunto il consolato; altri rami della stessa casata erano stati più fortunati, e proprio nel 91 e nel 90 avanti Cristo due parenti stretti, Sesto e Lucio Giulio Cesare, avevano retto la suprema magistratura. La madre, Aurelia Cotta, apparteneva alla famiglia degli Aurelii Cotta, plebei di stretta osservanza repubblicana, ricchi di cariche e di relazioni, che nei decenni successivi avrebbero dato a Roma più di un console; per parte materna era imparentata con Publio Rutilio Rufo, un console famoso per la sua integrità, condannato ingiustamente nel 92 avanti Cristo e finito in esilio a Smirne.

La Suburra, la casa e il quartiere
La casa natale sorgeva, secondo la tradizione più accreditata, nella Suburra, un quartiere popoloso e pittoresco, dove patrizi decaduti convivevano gomito a gomito con bottegai, artigiani e prostitute. Svetonio racconta che Cesare trascorse la giovinezza in una casa modesta di quel rione, e che soltanto più tardi, quando nel 63 avanti Cristo fu eletto pontefice massimo, si trasferì nella Domus Publica, la residenza ufficiale lungo la via Sacra. La Suburra occupava la valle stretta e bassa tra le colline dell'Esquilino, del Viminale e del Quirinale, a pochi passi dal Foro, a cui si accedeva dalla strada dell'Argileto; era un labirinto di vicoli in cui il rumore non cessava mai, tra le botteghe che aprivano direttamente sulla strada, i carri che consegnavano le merci, i banditori, le risse e le canzoni dei taverniere. Le case più alte, costruite in mattoni e legno, ospitavano intere famiglie in poche stanze, e quando un incendio scoppiava in un piano basso si propagava in pochi minuti ai piani superiori, mentre i crolli, causati dall'avidità dei costruttori, erano frequenti.

L'umile casa della Suburra, con le sue stanze affrescate a motivi geometrici e il piccolo peristilio ornato di statue di antenati, fu il teatro di intrighi e di incontri segreti che contribuirono a formare il futuro stratega. Era un ambiente in cui un bambino poteva vedere, da una finestra o sulla soglia di casa, quasi tutta la società romana: i clienti che salivano all'alba a salutare il padre, i senatori che passavano in lettiga, i mercanti greci e orientali, gli schiavi al lavoro e i mendicanti. Qui il futuro dittatore imparò, fin da piccolo, la durezza della vita urbana e l'arte della mediazione con le masse, che avrebbe poi trasformato nel più efficace degli strumenti politici.

Aurelia, il tablino e l'educazione di un patrizio
L'infanzia del futuro dittatore fu immersa in questo contraddittorio microcosmo. I biografi antichi, da Svetonio a Plutarco, e prima di loro Tacito, che la citò come esempio di madre ideale accanto a Cornelia, la madre dei Gracchi, tramandano come Aurelia si fosse presa cura personalmente dell'educazione del figlio, un fatto non scontato in un'epoca in cui le famiglie benestanti affidavano i bambini a nutrici e pedagoghi greci. Accanto a lei fu importante un precettore di origine gallica, Marco Antonio Gnifone, un grammatico di grande cultura che, secondo Svetonio, insegnò ai giovani romani sia il greco sia il latino e frequentò la casa di Cesare quando questi era ancora un ragazzo. Cesare apprese a leggere e scrivere in entrambe le lingue già in tenera età, studiò grammatica, retorica e diritto civile con i migliori maestri disponibili, e venne iniziato alle pratiche religiose del culto domestico, incentrato sui Lari e sui Penati. La formazione fisica e militare cominciò con giochi che simulavano le manovre delle legioni e continuò con l'equitazione: Svetonio ricorda che Cesare diventò un cavaliere eccezionale, capace di galoppare tenendo le mani dietro la schiena.

La vera scuola di vita furono però le conversazioni ascoltate nel tablino di casa, la stanza dove il padre riceveva ospiti e amici, e dove il padre e gli zii discutevano di politica, alleanze e processi. Un ragazzo romano di rango senatorio imparava così il diritto e l'eloquenza guardando gli adulti e sentendoli ragionare, molto prima di ascoltare una lezione di retorica. L'ambiente familiare, austero ma intellettualmente vivace, lasciò un'impronta duratura nel giovane Gaio, che avrebbe sempre manifestato una raffinata cultura letteraria abbinata a un pragmatismo spietato; lo stesso Cicerone, che fu suo avversario, riconobbe più tardi la purezza della sua lingua e l'eleganza essenziale dei suoi scritti.

I riti della nascita
La nascita, avvenuta il 12 o il 13 luglio secondo il calendario romano pre-giuliano, quando il mese si chiamava ancora Quintilis, avvenne in casa, come accadeva a quasi tutte le donne romane, con l'assistenza di una levatrice e delle parenti e con invocazioni a divinità protettrici del parto come Giunone Lucina. Il rischio per madre e figlio era alto, e una percentuale molto elevata di neonati non superava il primo anno di vita, per cui la sopravvivenza di un erede maschio era accolta come una benedizione. Furono compiuti i riti di purificazione prescritti dalla tradizione, come il sollevamento del neonato da parte del padre, che lo riconosceva come proprio erede legittimo; poi, nel nono giorno, il dies lustricus per i maschi (l'ottavo per le femmine), il bambino ricevette ufficialmente il nome durante una cerimonia di purificazione e l'offerta di una bulla, un amuleto d'oro o di cuoio, secondo le possibilità della famiglia, che lo proteggeva dagli spiriti maligni e che avrebbe portato al collo fino al giorno in cui, adolescente, avrebbe indossato la toga virile.

I prodigi e i sogni premonitori che la tradizione ha poi attaccato alla sua infanzia furono quasi certamente rielaborazioni postume della propaganda cesariana e dei biografi, ma testimoniano la volontà di costruire una biografia eccezionale fin dal primo vagito. I presagi più celebri, quelli che le fonti collegano alla guerra civile e alla morte, appartengono a un'età molto successiva, e il più clamoroso fu la cometa che apparve nel cielo di Roma nel 44 avanti Cristo, durante i giochi in onore di Cesare, che molti interpretarono come l'anima del defunto salita fra gli dèi. L'idea che il bambino di luglio del 100 avanti Cristo fosse predestinato nacque, in realtà, alla luce di ciò che divenne.

Mario e Silla: un'adolescenza in tempo di guerra civile
La coincidenza con il consolato di Mario, zio acquisito di Cesare per averne sposato la zia Giulia, inseriva il neonato in un potente network politico che si sarebbe rivelato al tempo stesso un'opportunità e un pericolo nei turbolenti anni a venire. Mario era il leader dei populares, odiato dalla fazione aristocratica che pochi anni dopo avrebbe scatenato la guerra civile con Silla, un conflitto che avrebbe segnato profondamente l'adolescenza di Cesare. Dopo il 100 avanti Cristo Mario era uscito di scena, e Roma era stata scossa dalla guerra sociale (dal 91 all'88 avanti Cristo), in cui gli alleati italici, che chiedevano la cittadinanza, avevano preso le armi contro la città. Nell'88 avanti Cristo Silla, console, giunto allo scontro con Mario per il comando della guerra contro il re Mitridate, marciò per la prima volta su Roma alla testa dei suoi soldati: un gesto che nessun comandante aveva mai osato e che rese ormai pensabile qualunque violenza.

Mario fuggì in Africa, ma nell'87 avanti Cristo tornò in Italia alleato con il console Cinna, riprese Roma e scatenò una serie di vendette, tra cui l'uccisione di molti senatori, e fra le vittime ci furono anche due parenti di Cesare, Lucio Giulio Cesare, che era stato console nel 90 avanti Cristo, e suo fratello Gaio Giulio Cesare Strabone. Fu una lezione crudele: il giovane Gaio imparò che l'appartenenza a una fazione non proteggeva dalle vendette, e che nessuno, nemmeno i parenti, era davvero al sicuro. Mario morì nel gennaio dell'86 avanti Cristo, a pochi giorni dall'inizio del suo settimo consolato, e il potere restò nelle mani di Cinna.

Il padre di Cesare morì improvvisamente a Pisa nell'85 avanti Cristo, mentre si chinava, a quanto racconta Plinio il Vecchio, per allacciarsi i calzari una mattina, lasciando il ragazzo, a quindici anni, capo della famiglia. Nell'84 avanti Cristo fu designato flamine di Giove, un onore che gli imponeva restrizioni religiose rigidissime, e sposò Cornelia, figlia di Cinna, interrompendo il fidanzamento che la famiglia aveva stretto con Cossuzia, una ragazza ricca di rango equestre. Quando Silla tornò dall'Oriente e vinse la guerra civile, nell'82 avanti Cristo, i mariani furono perseguitati con le liste di proscrizione, e a Cesare, ormai genero di Cinna, fu ordinato di ripudiare Cornelia: il giovane rifiutò, e perse in cambio la dote della moglie, l'eredità e il sacerdozio. La condanna a morte di molti mariani e la persecuzione dei loro familiari costrinsero il giovane a nascondersi e a fuggire, tra la campagna sabina e le case di amici, tormentato dalla febbre, finchè dovette corrompere il capo di una pattuglia di Silla che lo aveva scovato. Le sue intercessioni più autorevoli giunsero dalle Vestali e da parenti del partito di Silla; secondo Svetonio il dittatore cedette, ma avrebbe osservato che in quel ragazzo si nascondevano molti Marii. Poco dopo Cesare lasciò Roma e si arruolò in Asia, e nel 80 avanti Cristo si guadagnò sotto le mura di Mitilene la corona civica, la decorazione che premiava chi aveva salvato la vita a un cittadino in battaglia. Questi episodi forgiarono il suo carattere e lo convinsero della necessità di accumulare un potere personale sufficiente a proteggersi dalle vendette incrociate delle fazioni.

L'anno 100 avanti Cristo può sembrare solo una data, ma rappresenta l'inizio di un percorso che, attraverso le riforme militari, le conquiste galliche e la guerra civile, avrebbe condotto Roma a trasformarsi da repubblica oligarchica in un impero governato da un solo uomo, proprio quel bambino che adesso dormiva cullato dal frastuono del quartiere.

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Un nome che racconta una storia
La gens Iulia e il mito dell'origine divina
Il nome completo del neonato, Gaio Giulio Cesare, è un piccolo compendio di storia familiare. Gaio era il prenome, quello che si usava in famiglia e che il padre portava già prima di lui, tra i pochissimi che i Giulii adottavano; Giulio era il nome della gens, cioè del grande gruppo di famiglie discendenti da un antenato comune; Cesare era il cognomen, il soprannome ereditario che distingueva il ramo particolare dei Giulii a cui apparteneva. Sul significato di quel cognome gli antichi si divisero: un'antica raccolta di biografie degli imperatori ne riporta quattro spiegazioni, e cioè che derivasse da una parola maura che indicava l'elefante, dal fatto che un antenato fosse nato con un taglio del ventre materno, dai capelli folti di un avo oppure dagli occhi chiari, grigio-azzurri, di un altro. La spiegazione del parto cesareo, che Plinio il Vecchio riporta con scetticismo, è la più popolare e anche la meno credibile, perchè Aurelia visse fino al 54 avanti Cristo e a quell'epoca un intervento del genere sarebbe stato quasi sempre mortale per la madre; è molto più probabile che la famiglia abbia scelto di ricordare con orgoglio l'elefante, e infatti nel 49 avanti Cristo Cesare coniò monete d'argento con un elefante che calpesta un serpente. Dal suo cognome sarebbero derivati i titoli kaiser e zar; e nel 44 avanti Cristo, dopo la sua morte, il mese di Quintilis fu ribattezzato Iulius, il nostro luglio, per onorare l'uomo che era nato proprio in quei giorni.

Rivendicare una discendenza da Venere non era un vezzo aristocratico, ma uno strumento politico formidabile. La gens Iulia aveva radici talmente antiche che le fonti latine la facevano risalire ad Alba Longa, la città fondata dal figlio di Enea, e quindi direttamente all'eroe troiano scampato all'incendio della sua patria. Secondo la tradizione, Enea era figlio della dea Venere e del mortale Anchise; suo figlio Ascanio, detto anche Iulo, aveva fondato Alba Longa, e da lui sarebbero discesi i Giulii, che, dopo la distruzione della città da parte di Roma, sarebbero stati trasferiti nell'Urbe dal re Tullo Ostilio e inseriti nel patriziato.

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L'Eneide di Virgilio, composta negli anni di Augusto, pronipote di Cesare, e con il sostegno dell'ambiente a lui vicino, avrebbe poi consacrato questa genealogia sacra, ma già nel II secolo avanti Cristo i membri della famiglia esibivano con orgoglio il cognomen "Iulius" che evocava Iulo. Nei Fasti, l'elenco dei magistrati, i Giulii compaiono presto, con consolati già nel V secolo avanti Cristo, come quello di Gaio Giulio Iulo nel 489, ma poi scompaiono per secoli dai vertici dello Stato, finchè il ramo dei Cesari riemerge con Sesto Giulio Cesare, pretore nel 208 avanti Cristo. La nonna paterna di Cesare, Marzia, apparteneva addirittura alla stirpe del re Anco Marzio, rafforzando il legame con la regalità arcaica: i Marcii Reges, appunto, portavano nel cognome il ricordo del sovrano da cui si dicevano discendenti, e uno di loro, Quinto Marcio Re, aveva fatto costruire nel 144 avanti Cristo l'acquedotto che portava il suo nome.

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Queste ascendenze leggendarie non solo garantivano prestigio sociale, ma autorizzavano anche a concorrere ai sacerdozi più antichi, come il pontificato massimo, che Cesare avrebbe ottenuto nel 63 avanti Cristo, a trentasette anni, battendo a sorpresa due candidati di grande autorità, Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Isaurico, in una campagna elettorale costata somme così enormi da lasciarlo carico di debiti. Plutarco racconta che la mattina del voto Cesare, salutando la madre sulla porta, le avrebbe detto che quella sera l'avrebbe rivista pontefice massimo oppure esule: una frase che dice molto sul rapporto con Aurelia e sulla posta in gioco.

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Il mito dell'origine divina veniva coltivato con cerimonie private: ogni mattina il pater familias offriva incenso e farro ai Lari e al Genius, lo spirito protettore della stirpe, e per i Romani il Genius era la forza vitale che si trasmetteva da padre in figlio e che viveva nel capofamiglia; nelle occasioni solenni si può immaginare che alla discendenza da Venere fossero dedicati sacrifici e preghiere, anche se nulla ci dice con certezza come la dea fosse onorata nella casa della Suburra. Quel che è certo è che Cesare, molti anni dopo, avrebbe dedicato nel Foro un tempio a Venere Genitrice, l'antenata della sua stirpe, trasformando un culto di famiglia in un culto di Stato.

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La propaganda gentilizia si propagava attraverso ritratti in cera degli antenati, esposti nell'atrio e portati in processione durante i funerali, a ricordare ai vivi le imprese dei defunti e l'obbligo di emularle. Il giovane Cesare crebbe circondato da queste immagini esemplari, ascoltando i racconti delle vittorie contro i Galli e i Cartaginesi, dei consolati conquistati con l'oratoria e delle leggi fatte approvare a beneficio del popolo

Lo storico greco Polibio, che frequentò l'aristocrazia romana a metà del II secolo avanti Cristo, ha lasciato una descrizione vivida di questi funerali: quando moriva un uomo illustre, il corpo veniva portato nel Foro, dove un figlio o un parente pronunciava l'elogio funebre, e intorno al feretro sfilavano uomini che indossavano le maschere di cera degli antenati, vestiti con le toghe e gli ornamenti delle magistrature che ciascuno aveva ricoperto. Era un teatro civile in cui ogni giovane presente, osservando quei volti, comprendeva quanto fosse alto il prezzo da pagare per non essere indegno dei padri. Il diritto di esporre le imagines spettava a chi poteva vantare tra gli avi magistrati di rango elevato, e perciò il cognome dei Cesari, con i suoi consolati e le sue pretorie, apriva al neonato l'accesso a un'eredità di memoria che le famiglie nuove non possedevano.

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L'ambizione di eguagliare e superare gli antenati divenne il motore di una carriera fulminante. Anche la madre Aurelia, donna severa e virtuosa, contribuì a radicare nel figlio la consapevolezza del proprio rango, pretendendo uno studio assiduo dei classici greci e latini e una condotta irreprensibile in pubblico. Non possediamo le lettere che Cesare le scrisse durante le campagne militari, ma sappiamo che Aurelia rimase accanto al figlio fino alla morte, nel 54 avanti Cristo, quando lui era impegnato nelle guerre galliche, e che la sua presenza vigile, quasi silenziosa, fu un punto fermo in una vita tormentata da guerre e da intrighi. La reputazione della gens Iulia fu però macchiata da alcune sconfitte politiche e da un progressivo impoverimento: il padre di Cesare non riuscì mai a raggiungere il consolato, morendo improvvisamente a Pisa nell'85 avanti Cristo, e la dote di Aurelia non era sufficiente a garantire un tenore di vita sfarzoso. Queste ristrettezze economiche, vissute nell'adolescenza, insegnarono al futuro dittatore il valore del denaro e la necessità di contrarre debiti ingenti per finanziare la carriera politica, un azzardo che più volte lo portò sull'orlo della bancarotta. Tuttavia, l'orgoglio di appartenere a una stirpe semidivina non lo abbandonò mai: quando pronunciò l'orazione funebre per la zia Giulia, moglie di Mario, nel 69 avanti Cristo, Cesare osò dichiarare pubblicamente la discendenza da Venere, suscitando ammirazione e sconcerto. In quell'occasione fece sfilare anche le immagini di Mario, che Silla aveva dichiarato nemico pubblico e che nessuno aveva più osato mostrare in pubblico: i senatori mormorarono, ma la folla applaudì. Svetonio riferisce che nell'elogio disse che la zia discendeva per parte di madre dai re e per parte di padre dagli dèi, e questo gesto di rottura mostra come il mito familiare, inoculato fin dalla nascita, fosse diventato un'arma politica consapevole, capace di costruire un'aura di eccezionalità attorno al condottiero. La nascita nel 100 avanti Cristo, dunque, non rappresenta solo il venire al mondo di un individuo, ma l'innesco di un processo di mitizzazione che avrebbe accompagnato Cesare per tutta la vita, fino alla divinizzazione ufficiale dopo la morte e alla fondazione del culto del Divo Giulio, decretata dal Senato nel 42 avanti Cristo. La Roma repubblicana, che pure diffidava delle ambizioni monarchiche, fu gradualmente sedotta dall'idea che un uomo predestinato dalle origini divine potesse porre fine alle discordie civili e restaurare la grandezza di Roma. E quel bambino che mosse i primi passi nella polvere della Suburra portava già, nel proprio nome e nel proprio sangue, la promessa di un'età nuova. La nascita di Gaio Giulio Cesare non fu soltanto un evento privato, ma il seme di una rivoluzione politica e culturale che avrebbe cambiato per sempre il destino di Roma e del mondo mediterraneo.