Un’ape operaia intenta a nutrire la regina all’interno dell’alveare
Un’ape mellifera non è un semplice insetto, ma un ingranaggio di una società perfetta, dove ogni individuo ha un compito preciso e lo svolge senza esitazioni. Seguiamo un giorno tipo di un’ape operaia, dalla nascita alla raccolta del nettare, scoprendo le meraviglie della vita nell’alveare. LEGGI TUTTO L’ARTICOLO
🎧 Ascolta questo articolo
Bonus Video
La nascita e le prime mansioni: da pulitrice a nutrice
Tutto inizia da una cella esagonale di cera, dove la regina ha deposto un uovo. Dopo tre giorni, l’uovo si schiude e appare una piccola larva bianca, cieca e senza zampe. Per sei giorni, le api nutrici (dette anche “baliatiche”) la alimentano con pappa reale (una secrezione delle loro ghiandole ipofaringee) per i primi tre giorni, poi con una miscela di polline e miele (il “pan d’api”). Al decimo giorno, la larva si impupa e al 21° giorno (per le operaie) un’ape adulta rosicchia il coperchio di cera ed esce, ancora morbida e pelosa. Nell’arco di poche ore le sue ali si asciugano e il suo esoscheletro si indurisce. Le prime 24 ore di vita di un’ape operaia sono dedicate a pulire la sua stessa cella e quelle vicine, rimuovendo residui di larve e di cera. Poi, intorno al terzo giorno, diventa “ape pulitrice”: spazza l’alveare con le mandibole, elimina detriti e api morte portandoli fuori dalla porticina (volo di spurgo). Dal quinto giorno, le ghiandole ipofaringee si sviluppano e può diventare “ape nutrice” (o “baliatica”), producendo pappa reale e nutrendo le larve di operaie e fuchi (i maschi) e, soprattutto, l’unica larva di futura regina (che riceverà pappa reale per tutta la durata dello sviluppo). La pappa reale è un fluido biancastro, ricco di proteine, vitamine (in particolare del gruppo B), zuccheri e un acido grasso unico (acido 10-idrossi-2-decenoico). La sua produzione costa molta energia alle nutrici, che devono consumare molto polline e miele. Oltre alle larve, le api nutrici si prendono cura anche della regina, offrendole pappa reale a richiesta (la regina ne mangia circa 500 milligrammi al giorno). Intorno al decimo giorno, le api sviluppano le ghiandole ceripare sull’addome (otto specchi che secernono cera) e diventano “api costruttrici” (o “cereole”). Costruiscono i favi con scaglie di cera che modellano con le mandibole, mantenendo la temperatura dell’alveare a 35 gradi centigradi (indispensabile per lo sviluppo delle larve e per la fluidità della cera). Le celle esagonali non sono un caso: l’esagono è la forma geometrica che, a parità di perimetro, massimizza l’area e minimizza la quantità di cera. Le api costruiscono i favi con una precisione millimetrica, usando il proprio corpo come livella e il campo magnetico terrestre come bussola. Se una cella è storta, viene demolita e ricostruita. Dal decimo al quindicesimo giorno, le api diventano “magazziniere”: ricevono il nettare dalle api bottinatrici (quelle che tornano dai fiori), lo trasformano in miele (evaporando l’acqua e aggiungendo enzimi come l’invertasi), e lo depositano nelle celle sigillandolo con un sottile strato di cera quando il contenuto d’acqua scende sotto il 18%. Allo stesso modo, immagazzinano il polline (mescolato con miele e secrezioni) e lo comprimono nelle celle. Durante questa fase, le api sorvegliano anche la temperatura: se l’alveare si surriscalda, alcune api iniziano a ventilare sbattendo le ali sulla soglia; se si raffredda, si raggruppano e vibrano i muscoli del volo per generare calore.
L’incontro con la regina e il controllo dell’alveare
La regina delle api (Apis mellifera) è l’unica femmina fertile dell’alveare. Può vivere fino a 5 anni (le operaie vivono 6 settimane in estate e 6 mesi in inverno). Ogni giorno depone fino a 2000 uova (pari al suo peso corporeo), controllata da un seguito di 8-10 api di scorta (le “dame di compagnia”) che la nutrono, la puliscono e la guidano. Un’ape operaia incontra la regina più volte al giorno, soprattutto quando passa vicino alla zona di covata. Il riconoscimento avviene tramite i feromoni: la regina produce un complesso di feromoni (il principale è il 9-ossi-2-decenoico, detto “acido regale”) che inibisce lo sviluppo delle ovaie delle operaie, impedendo loro di deporre uova (che sarebbero non fecondate e darebbero solo fuchi). Se la regina è vecchia o malata, il feromone diminuisce e alcune operaie iniziano a costruire “celle reali” (a forma di arachide) per allevare una nuova regina. Al momento dell’arrivo di una nuova regina, quella vecchia se ne va con metà della colonia (sciamatura). L’incontro con la regina è quindi un evento cruciale: l’operaia può offrirle una goccia di pappa reale, ricevere una carezza con le antenne, e ottenere informazioni sullo stato della colonia. Se la regina manca (per morte improvvisa), l’alveare entra in crisi in poche ore: le operaie iniziano a deporre uova non fecondate (perdita totale), l’ordine sociale collassa e la colonia è condannata. Per questo, le api operaie tengono costantemente sotto controllo la regina, formando un cerchio intorno a lei e trasmettendo il suo feromone a tutte le altre tramite il cibo rigurgitato (trofallassi). Un altro incontro importante è con i fuchi (i maschi). I fuchi non hanno pungiglione, non raccolgono cibo, e sono nutriti dalle operaie. La loro unica funzione è accoppiarsi con una regina vergine durante il volo nuziale (di solito in primavera). I fuchi che riescono ad accoppiarsi muoiono subito dopo (l’endofallo si strappa). Quelli che non si accoppiano vengono cacciati dall’alveare in autunno e muoiono di fame o di freddo. Le operaie riconoscono i fuchi anche dall’odore (più muschiato) e dalle dimensioni (sono più grossi e hanno occhi enormi). Durante l’inverno, quando la regina interrompe la deposizione, le operaie si stringono intorno a lei in un “ammasso invernale” e vibrano per tenere la temperatura a 20-25 gradi, nutrendosi delle riserve di miele. In primavera, appena la temperatura supera i 12 gradi, le api bottinatrici iniziano i voli di ricognizione, e la regina riprende a deporre. L’alveare può passare da 10.000 api in inverno a 60.000 in estate.
La fase di bottinatrice: danze, profumi e raccolta
Intorno al ventesimo giorno di vita, l’ape diventa “bottinatrice” (o “forager”), l’ultima e più pericolosa fase della sua esistenza. Esce dall’alveare per raccogliere nettare, polline, acqua e propoli (una resina vegetale). La bottinatrice visita centinaia di fiori al giorno, volando per chilometri (il raggio d’azione può arrivare a 5-10 chilometri). Una volta trovata una fonte di cibo, l’ape torna all’alveare e comunica la posizione del fiore alle compagne attraverso la famosa “danza delle api”. Se la fonte è vicina (meno di 100 metri), esegue una “danza circolare”: corre in tondo, alternando destra e sinistra. Se è lontana, esegue una “danza a otto” (waggle dance): corre in linea retta vibrando l’addome, poi fa un giro a destra e torna al centro, poi un giro a sinistra e ripete. La durata della vibrazione indica la distanza (ogni secondo di vibrazione corrisponde a circa 1 chilometro), e l’angolo della linea retta rispetto alla verticale del favo indica l’angolo rispetto alla posizione del sole. Le altre api toccano la danzatrice con le antenne, assorbono l’odore del fiore (l’ape bottinatrice rigurgita una goccia di nettare), e poi escono per trovare il fiore da sole. Questa danza è un linguaggio simbolico astratto, una delle forme di comunicazione più complesse nel regno animale. La bottinatrice raccoglie il nettare con la sua spirotromba (l’organo succhiante) e lo immagazzina nel “gozzo melario” (un secondo stomaco), dove aggiunge l’enzima invertasi che trasforma il saccarosio in glucosio e fruttosio. Contemporaneamente, raccoglie il polline con i “cestini” sulle zampe posteriori (aree concave circondate da peli), formando due palline gialle o arancioni. Se ha bisogno di acqua (per raffreddare l’alveare o diluire il miele), la bottinatrice attinge da ruscelli o pozzanghere. Il propoli (una sostanza resinosa raccolta dalle gemme di pioppo, betulla, pino) viene usata come cemento per sigillare fessure, ridurre le vibrazioni e come agente antibatterico (i propoli inibisce la crescita di batteri e funghi). Le api bottinatrici sono le più esposte a rischi: predatori (vespe, calabroni, uccelli, ragni), pesticidi, stanchezza, intemperie, collisioni con veicoli. La loro vita in estate è di soli 15-30 giorni (si consumano le ali a furia di volare). Un’ape bottinatrice produce in tutta la sua vita solo un dodicesimo di cucchiaino di miele (5 grammi). Per fare un chilo di miele, occorrono i voli di circa 10.000 api, che visitano complessivamente 4 milioni di fiori e percorrono una distanza equivalente a quattro volte il giro della Terra. Quando torna all’alveare, la bottinatrice viene accolta dalle guardie (api anziane stazionate all’ingresso) che annusano il suo odore per assicurarsi che sia della colonia (ogni alveare ha un odore unico dato dai feromoni). Se l’ape è di un altro alveare o è infetta da parassiti, le guardie la respingono o la uccidono. Infine, l’ape scarica il nettare a una giovane magazziniera, e poi riparte per un altro viaggio. Dopo l’ultimo volo, quando le ali sono ormai ridotte a brandelli, l’ape ormai esausta si allontana dall’alveare e muore lontano, per non attirare predatori sulla colonia.
La vita di un’ape operaia è una sintesi perfetta di altruismo, disciplina e adattamento. Ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, migliaia di api lavorano in sincronia per il bene comune, offrendoci una lezione di società che l’uomo non ha mai eguagliato.