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La corsa all'oro del Pacifico centrale: biodiversità abissale e deep-sea mining
Di Alex (del 28/04/2026 @ 10:00:00, in Amici animali, letto 57 volte)
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Fondale oceanico con noduli polimetallici e creature abissali
Fondale oceanico con noduli polimetallici e creature abissali
Nella Zona Clarion-Clipperton, tra noduli polimetallici e nuove specie, si consuma lo scontro tra la fame di metalli rari e la protezione degli abissi. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

Ventiquattro nuove specie e l'albero della vita
Ci sono posti sul pianeta dove la vita ha trovato forme che nessun occhio umano ha mai visto. Uno di questi è la Zona Clarion-Clipperton (CCZ), un abisso sconfinato di sei milioni di chilometri quadrati nel Pacifico centrale, sospeso tra le Hawaii e il Messico a profondità che superano costantemente i quattromila metri. Nonostante il buio assoluto, l'altissima pressione e le temperature prossime allo zero, la CCZ non è un deserto: è un ecosistema brulicante di vita, regolato da ritmi lentissimi ed equilibri perfetti. A marzo 2026, un team internazionale di sedici ricercatori, guidato dalla dottoressa Anna Jażdżewska dell'Università di Łódź e dalla dottoressa Tammy Horton del National Oceanography Centre (NOC) britannico, ha pubblicato un numero speciale sulla rivista ZooKeys (volume 1274), descrivendo formalmente ventiquattro nuove specie di anfipodi bentonici. Questi minuscoli crostacei, lunghi da pochi millimetri a un centimetro, svolgono il ruolo vitale di spazzini e predatori, abitando micro-nicchie ecologiche impensabili: vivono sepolti nel sedimento, aggrappati ai noduli polimetallici o fluttuanti appena sopra il fondo. La scoperta più straordinaria non risiede solo nel numero di nuove specie, bensì nella rivelazione tassonomica di alto livello. Tra queste ventiquattro specie, i ricercatori hanno identificato una famiglia interamente nuova, battezzata Mirabestiidae, e addirittura una nuova superfamiglia, Mirabestioidea, comprendente due nuovi generi: Mirabestia e Pseudolepechinella. Individuare una nuova superfamiglia in biologia è un evento estremamente raro, paragonabile alla scoperta di un nuovo ramo principale dell'albero della vita. Significa che queste creature hanno seguito un percorso evolutivo indipendente per decine di milioni di anni, separandosi dagli altri anfipodi in un passato remotissimo per adattarsi alle condizioni uniche della CCZ. I nomi scelti per le specie – come Pseudolepechinella apricity (dove "apricity" indica il calore del sole invernale) o Lepidepecreum myla – riflettono l'amicizia accademica e la cultura pop. Queste descrizioni fanno parte del programma "One Thousand Reasons" della International Seabed Authority (ISA), volto a catalogare almeno mille specie della CCZ entro la fine del decennio. Si stima che oltre il 90% delle specie di quest'area sia ancora privo di un nome scientifico, sottolineando la nostra profonda ignoranza di questi ecosistemi.

Documentario dal profondo dell'oceano



I noduli polimetallici e la fame di metalli "verdi"
Il fondale della CCZ è da anni al centro di una spietata corsa all'oro globale. Adagiati sul soffice limo abissale vi sono miliardi di noduli polimetallici: concrezioni rocciose scure, di dimensioni variabili tra una pallina da golf e una grossa patata, ricchissime di manganese, nichel, cobalto, rame ed elementi delle Terre Rare. Questi noduli si formano nel corso di decine di milioni di anni attorno a un micro-nucleo – un frammento osseo, un dente di squalo, una scheggia di basalto – precipitando atomo dopo atomo i metalli disciolti nell'acqua marina (processo idrogenetico) o estraendoli dai fluidi nei sedimenti sottostanti (processo diagenetico). Le stime più accreditate indicano che i soli noduli della CCZ contengano più nichel, cobalto e manganese di tutte le riserve terrestri conosciute messe insieme. Questi minerali sono esattamente le materie prime critiche necessarie per la transizione energetica: servono per costruire batterie agli ioni di litio per veicoli elettrici, magneti permanenti per turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici militari. La domanda globale di questi metalli è destinata a quadruplicare entro il 2040 secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia. Nell'aprile 2025, la situazione geopolitica ha subito un'accelerazione drammatica: con l'Ordine Esecutivo 14285 ("Unleashing America's Offshore Critical Minerals and Resources"), il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato di snellire drasticamente l'iter autorizzativo per l'estrazione mineraria in acque internazionali e piattaforme continentali, invocando la sicurezza nazionale e la necessità di spezzare il monopolio cinese sulle filiere di approvvigionamento. Pochi giorni dopo, The Metals Company (TMC), controversa società canadese quotata al Nasdaq, attraverso la sua sussidiaria statunitense ha depositato presso la NOAA la prima domanda per un permesso di estrazione commerciale su circa 25mila chilometri quadrati della CCZ – un'area più estesa della Sicilia – a cui si sono aggiunte, a gennaio 2026, richieste esplorative per altri 65.000 chilometri quadrati.

L'impatto ambientale: le cicatrici eterne e il soffocamento
Mentre le licenze vengono redatte, la comunità scientifica ha iniziato a misurare l'entità dei danni attesi. Uno studio cruciale pubblicato a dicembre 2025 su Nature Ecology & Evolution ha monitorato il fondale della CCZ due mesi dopo il grande test estrattivo condotto da NORI (sussidiaria di TMC) nel 2022. I risultati sono allarmanti: nelle aree direttamente solcate dai cingoli del veicolo collettore, l'abbondanza della macrofauna si è ridotta del 37% e la ricchezza complessiva di specie del 32%. La rimozione fisica dei noduli elimina letteralmente l'unico substrato solido disponibile per la fauna sessile – spugne, anemoni di mare, coralli solitari – distruggendo un habitat che ha impiegato milioni di anni per formarsi e che non può rigenerarsi su scale temporali umane. Inoltre, il sollevamento meccanico dei sedimenti genera colossali pennacchi limosi carichi di metalli pesanti e rame, in grado di disperdersi per centinaia di chilometri sospinti dalle correnti di fondo, soffocando gli organismi bentonici filtratori e le forme di vita pelagiche intermedie. La lentezza del recupero biologico negli abissi è stata drammaticamente documentata da uno studio britannico apparso su Nature nel marzo 2025, guidato dal biologo Daniel Jones del NOC. Gli scienziati hanno ispezionato con ROV ad alta risoluzione un sito estrattivo sperimentale risalente al 1979 e hanno scoperto che, a distanza di 44 anni, le cicatrici fisiche – larghi solchi di 8 metri e profondi segni dei cingoli – sono ancora perfettamente visibili, quasi intatte. Sebbene alcuni animali mobili e microscopici xenofiofori abbiano iniziato una timida ricolonizzazione, le grandi spugne e gli anemoni non sono mai tornati. Occorre trasparenza: la pubblicazione del 2026 su ZooKeys che descrive le 24 nuove specie è stata finanziata in parte dalla stessa TMC, sebbene gli autori dichiarino che l'azienda non ha avuto alcuna influenza sull'analisi scientifica. Questo fatto inquadra il vertiginoso paradosso: le creature degli abissi vengono scoperte dagli stessi colossi economici che si preparano a distruggere il loro universo.

La Zona Clarion-Clipperton rappresenta il crocevia tra la necessità di metalli per un futuro sostenibile e l'imperativo di preservare ecosistemi unici: una sfida che definirà l'etica ambientale del XXI secolo.