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Protesi di memoria e stimolazione dell'ippocampo: le nuove frontiere delle BCI
Di Alex (del 24/02/2026 @ 14:00:00, in Scienza e Tecnologia, letto 66 volte)
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Interfaccia cervello-computer con stimolazione ippocampale per il ripristino della memoria
Interfaccia cervello-computer con stimolazione ippocampale per il ripristino della memoria

Ripristinare i ricordi perduti con impulsi elettrici mirati all'ippocampo non è fantascienza, ma una frontiera concreta della neurotecnologia. Le interfacce cervello-computer di nuova generazione aprono prospettive rivoluzionarie nella riabilitazione cognitiva e nella lotta contro le prime fasi delle malattie neurodegenerative. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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L'ippocampo e il consolidamento della memoria
L'ippocampo è la struttura cerebrale cruciale per la formazione di nuovi ricordi dichiarativi — episodici e semantici — e per la loro trasformazione in memoria a lungo termine, un processo chiamato consolidamento. Durante questo processo, le informazioni codificate nella corteccia durante la veglia vengono riattivate durante il sonno a onde lente e durante le oscillazioni theta tipiche dell'esplorazione attiva, creando connessioni sinaptiche stabili tra aree corticali distribuite.

Le patologie che colpiscono l'ippocampo precocemente — come i primi stadi del morbo di Alzheimer o le conseguenze di ictus o traumi cranici — interrompono questo processo con effetti devastanti sulla capacità di formare nuovi ricordi. I pazienti conservano i ricordi formatisi prima della lesione (memoria remota) ma perdono la capacità di memorizzare nuove esperienze (amnesia anterograda). È precisamente questa funzione che le protesi di memoria tentano di ripristinare.

Come funziona una protesi di memoria: il modello MIMO
Il gruppo di ricerca guidato da Theodore Berger alla University of Southern California ha sviluppato il modello computazionale fondante delle protesi di memoria: il sistema MIMO (Multiple-Input Multiple-Output). L'approccio consiste nel registrare il pattern di attività neuronale nell'ippocampo durante la codifica di un'informazione (input), calcolare in tempo reale la trasformazione che l'ippocampo sano applicherebbe a quel pattern per generare la forma finale del ricordo (output), e poi stimolare elettricamente la regione ippocampale appropriata con il pattern di output calcolato, bypassando il tessuto leso.

I risultati sperimentali su roditori e primati non umani hanno mostrato incrementi nella ritenzione di compiti mnemonici del 35-40% rispetto ai controlli senza stimolazione. In studi clinici preliminari su pazienti umani con danni ippocampali, la stimolazione basata sul modello MIMO ha migliorato la performance in test di memoria dichiarativa in modo statisticamente significativo, con effetti mantenuti per ore dopo la fine della sessione di stimolazione.

Applicazioni nelle malattie neurodegenerative precoci
Nella fase prodromica del morbo di Alzheimer — il periodo che precede i sintomi clinici manifesti — l'ippocampo mostra già riduzione volumetrica e alterazioni della connettività funzionale misurabili con fMRI. Intervenire in questa finestra temporale con stimolazione ippocampale coordinata potrebbe rallentare la progressione del deficit mnemonico, offrendo anni di vita cognitiva normale ai pazienti.

Le sfide tecniche rimangono considerevoli: la miniaturizzazione degli elettrodi impiantabili, la durata delle batterie nei dispositivi cronici, la biocompatibilità a lungo termine degli impianti e — soprattutto — la personalizzazione del modello computazionale per ogni paziente, dato che i pattern ippocampali variano significativamente tra individui. La ricerca attuale si muove anche verso approcci non invasivi, come la stimolazione transcranica con ultrasuoni focalizzati (tFUS), che permetterebbe di modulare l'attività ippocampale senza intervento chirurgico.

Le protesi di memoria rappresentano uno dei fronti più affascinanti e delicati della neurotecnologia contemporanea. Restituire a una persona la capacità di ricordare equivale a restituirle una parte essenziale della propria identità. La strada è ancora lunga, ma le basi scientifiche sono solide e i progressi degli ultimi anni suggeriscono che quella che sembrava fantascienza potrebbe diventare realtà clinica entro il prossimo decennio.