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Close Encounters of the Third Kind (1977) di Spielberg è fantascienza che prende sul serio la comunicazione interplanetaria. Niente traduttori universali: matematica e musica come linguaggio cosmico. Gli effetti ILM con modellini fisici e motion control creano una scala e luminosità che suggerisce fisica dei plasmi avanzata. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
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Il contesto: Spielberg e la fantascienza dopo 2001
Quando Steven Spielberg diresse Close Encounters of the Third Kind nel 1977, la fantascienza cinematografica si trovava in una fase di transizione. 2001: Odissea nello spazio di Kubrick (1968) aveva elevato il genere a filosofia visiva, mentre Guerre Stellari di George Lucas (uscito pochi mesi prima di Close Encounters) lo stava trasformando in space opera di massa. Spielberg scelse una terza via: una fantascienza intimista, contemplativa, radicata nell'esperienza soggettiva del contatto con l'ignoto. Close Encounters non è un film di invasione né di avventura spaziale: è un film sulla comunicazione impossibile, sulla meraviglia scientifica e sull'ossessione. Il film incassò oltre 337 milioni di dollari contro un budget di 20 milioni, confermando Spielberg come autore capace di combinare rigor tecnico e successo popolare.
La comunicazione aliena: matematica e musica come linguaggio universale
La premessa centrale di Close Encounters è che una civiltà extraterrestre stia tentando di comunicare con l'umanità utilizzando un linguaggio che trascenda le barriere biologiche e culturali: la matematica. Il film propone che numeri e frequenze sonore siano universali perché derivano da proprietà fisiche fondamentali dell'universo, comprensibili a qualsiasi intelligenza tecnologicamente avanzata. Gli alieni inviano coordinate geografiche codificate in frequenze luminose e sonore: la sequenza di cinque note (Re, Mi, Do, Do, Sol) diventa il motivo ricorrente del film, una frase musicale semplice ma memorabile che gli scienziati umani imparano a riconoscere e replicare. Il compositore John Williams collaborò strettamente con Spielberg per creare una melodia che fosse matematicamente semplice (intervalli puri facilmente rappresentabili in Hz), emotivamente evocativa e narrativamente funzionale come elemento di trama. La scena finale della comunicazione musicale tra umani e alieni, con enormi tastiere computerizzate che traducono le note in luci colorate sull'astronave madre, è un momento di fantascienza procedurale pura: non magia, non telepatia, ma ingegneria acustica e ottica.
Gli effetti speciali della Industrial Light and Magic: modellini e motion control
Close Encounters fu uno dei primi film a utilizzare massicciamente la Industrial Light and Magic (ILM), la compagnia di effetti speciali fondata da George Lucas per Guerre Stellari. Il supervisore degli effetti fu Douglas Trumbull, veterano di 2001 e The Andromeda Strain. L'astronave madre aliena, che appare nella scena finale sopra la Devils Tower nel Wyoming, fu realizzata come modellino fisico lungo circa 2,5 metri, incredibilmente dettagliato con migliaia di luci fibre ottiche integrate nella struttura per simulare le "città" sulla superficie dell'astronave. La ripresa fu effettuata con fotografia motion control: la telecamera si muove lungo binari computerizzati che ripetono esattamente lo stesso movimento più volte, permettendo di sovrapporre più esposizioni sulla stessa pellicola per aumentare la luminosità e la complessità visiva. Il risultato è un senso di scala impossibile: l'astronave sembra davvero grande come una città, sospesa nell'aria con una presenza fisica che gli effetti digitali degli anni Novanta faticarono a replicare. Le luci dell'astronave, che pulsano e cambiano colore in risposta alla comunicazione musicale, suggeriscono una tecnologia basata su plasmi controllati magneticamente, una scelta visiva che Spielberg e Trumbull volevano suggerire senza spiegare esplicitamente.
La Devils Tower e l'ossessione: psicologia del contatto
Una delle scelte narrative più originali del film è la rappresentazione psicologica del contatto alieno. Roy Neary, interpretato da Richard Dreyfuss, viene esposto a un incontro ravvicinato e sviluppa un'ossessione compulsiva per un'immagine mentale che non riesce a interpretare: la forma della Devils Tower, il monolito vulcanico nel Wyoming dove avverrà il contatto finale. Neary distrugge progressivamente la sua vita familiare e professionale cercando di capire cosa significhi quell'immagine, costruendo modelli ossessivi con fango, patate, schiuma da barba. Spielberg rappresenta il contatto alieno non come evento eroico ma come trauma psichico che sconvolge l'identità del protagonista. È una scelta che anticipa il cinema di Denis Villeneuve (Arrival, 2016) nella rappresentazione del contatto extraterrestre come esperienza cognitivamente destabilizzante. La scena in cui Neary riconosce finalmente la Devils Tower in televisione e capisce che la sua ossessione aveva un significato oggettivo è uno dei momenti più emotivamente carichi del film.
François Truffaut come scienziato: metacinema e autorità morale
Steven Spielberg scelse il regista francese François Truffaut per interpretare Claude Lacombe, lo scienziato che guida il progetto di comunicazione con gli alieni. La scelta non fu casuale: Truffaut rappresentava il cinema d'autore europeo intellettuale, in contrasto con il blockbuster hollywoodiano di cui Close Encounters faceva parte. Spielberg voleva che il personaggio dello scienziato avesse un'autorità morale e culturale che solo un regista della Nouvelle Vague poteva conferire. Truffaut accettò nonostante non parlasse inglese fluentemente: molte delle sue battute furono scritte in francese e tradotte simultaneamente da un interprete nel film, aggiungendo realismo alla scena internazionale del contatto. La presenza di Truffaut è anche un gesto di metacinema: il regista che guarda lo spettacolo, il cineasta che documenta la meraviglia, il testimone che sa che ciò che sta vedendo cambierà la storia umana e deve essere registrato.
L'eredità: da Contact a Arrival, la fantascienza della comunicazione
Close Encounters of the Third Kind fondò un sottogenere della fantascienza cinematografica che potremmo chiamare fantascienza della comunicazione: film che prendono sul serio il problema di come intelligenze radicalmente diverse potrebbero trovare un linguaggio comune. Contact (1997) di Robert Zemeckis, tratto dal romanzo di Carl Sagan, sviluppò ulteriormente l'idea della matematica come linguaggio universale. Arrival (2016) di Denis Villeneuve esplorò le implicazioni cognitive e linguistiche del tentativo di comprendere una lingua aliena non lineare. Tutti questi film devono qualcosa a Close Encounters: l'idea che la fantascienza possa essere un genere di problem-solving intellettuale, non solo di spettacolo visivo. Spielberg stesso tornò al tema del contatto alieno con E.T. (1982), ma in forma completamente opposta: intima, emotiva, focalizzata sull'amicizia invece che sulla comunicazione scientifica.
Close Encounters of the Third Kind è il film che dimostrò che la meraviglia scientifica poteva essere cinematograficamente potente quanto l'azione o il dramma. La scena finale della comunicazione musicale tra umani e alieni, con le note che si trasformano in luci e le luci che diventano dialogo, è pura utopia razionalista: l'idea che l'intelligenza, ovunque si trovi nell'universo, possa trovare un linguaggio comune attraverso la matematica e la bellezza formale. Un'idea ingenua, forse, ma incredibilmente potente. E visivamente indimenticabile.