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I Colossi di Memnone: seicento chilometri controcorrente per l'eternità
Di Alex (del 18/01/2026 @ 22:45:00, in Sistemi Operativi, letto 61 volte)
I due giganteschi Colossi di Memnone che si ergono solitari nella piana di Tebe
I due giganteschi Colossi di Memnone che si ergono solitari nella piana di Tebe

Ai margini della necropoli tebana, due statue colossali si ergono solitarie nella piana: i Colossi di Memnone. Ciascuna pesa settecento tonnellate e rappresenta tutto ciò che rimane del maestoso tempio mortuario di Amenhotep III. Ma il vero mistero risiede nel loro viaggio: la quarzite da cui furono scolpite proviene da una cava a seicentosettantacinque chilometri di distanza. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Guardiani di un tempio scomparso
I Colossi di Memnone sono tutto ciò che resta del più grande complesso templare mai costruito in Egitto. Il tempio mortuario di Amenhotep III, faraone della XVIII dinastia, si estendeva su un'area di trentacinque ettari e rivaleggiava in grandezza con Karnak. Terremoti, inondazioni e soprattutto il saccheggio sistematico dei materiali da costruzione da parte dei faraoni successivi hanno cancellato quasi ogni traccia di questa meraviglia architettonica. Le due statue, alte diciotto metri senza contare le basi, erano posizionate all'ingresso del complesso e rappresentavano il faraone seduto sul trono, con le mani appoggiate sulle ginocchia, lo sguardo rivolto verso est per salutare il sole nascente.

Il nome Colossi di Memnone non ha nulla a che vedere con l'antico Egitto. Fu attribuito dai greci, che identificarono le statue con Memnone, eroe della guerra di Troia. La statua settentrionale divenne famosa nell'antichità per un fenomeno acustico: danneggiata da un terremoto nel ventisette avanti Cristo, all'alba emetteva un suono lamentoso, interpretato come il saluto di Memnone alla madre Eos, dea dell'aurora. Il fenomeno cessò nel terzo secolo dopo Cristo, quando l'imperatore Settimio Severo fece restaurare la statua.

La sfida impossibile: navigare controcorrente
La scelta di utilizzare quarzite estratta da El-Gabal el-Ahmar, vicino all'attuale Cairo, rappresenta una decisione che ancora oggi sfida la logica economica. A differenza del granito di Assuan, che poteva essere trasportato seguendo la corrente del Nilo verso sud, la quarzite doveva viaggiare controcorrente per seicentosettantacinque chilometri. Questo implica un trasporto infinitamente più complesso e costoso.

Gli egizi non disponevano di vele efficienti per la navigazione fluviale controcorrente. La soluzione consisteva nell'utilizzare la forza umana e animale per trainare le chiatte dalle rive durante i mesi della piena, quando il fiume offriva un percorso più diretto. In alternativa, dovevano attendere i venti settentrionali favorevoli, che però non erano costanti. Un viaggio che con la corrente avrebbe richiesto settimane, controcorrente poteva durare mesi.

La quarzite, però, aveva caratteristiche uniche che giustificavano questo sforzo immane. La sua durezza superiore al granito e la sua straordinaria resistenza all'erosione garantivano che le statue avrebbero attraversato i millenni praticamente intatte. Inoltre, la quarzite presenta sfumature di colore che vanno dal rosso al rosa, considerati sacri perché associati al dio sole Ra.

Ingegneria al servizio del potere divino
Ciascun colosso, inclusa la base, raggiunge un peso complessivo di circa settecentoventi tonnellate. La costruzione delle chiatte necessarie per il trasporto rappresentava di per sé un'impresa titanica. Gli archeologi stimano che ogni imbarcazione dovesse avere una lunghezza di almeno sessanta metri e una larghezza di venti, con uno scafo rinforzato da decine di travi trasversali. La portata doveva essere calcolata con precisione assoluta: anche un piccolo errore nel distribuire il peso avrebbe potuto causare il ribaltamento o l'affondamento.

Una volta raggiunta Tebe, i blocchi dovevano essere scaricati e trasportati fino al sito del tempio. Gli egizi costruivano rampe temporanee utilizzando milioni di mattoni di fango essiccato al sole, creando veri e propri percorsi inclinati che permettevano di portare gradualmente i colossi alla loro posizione finale. Queste rampe venivano poi smantellate e il materiale riutilizzato per altri progetti.

Il posizionamento finale richiedeva una sincronizzazione perfetta. Le statue dovevano essere abbassate sulle loro basi con una precisione millimetrica per evitare fratture. Gli ingegneri utilizzavano sabbia come ammortizzatore: riempivano la base con sabbia, posizionavano la statua sopra sacchi pieni di sabbia, e poi svuotavano gradualmente i sacchi per far scendere lentamente il colosso al suo posto.

Il messaggio eterno di Amenhotep III
Amenhotep III regnò durante uno dei periodi più prosperi della storia egizia. Il suo regno di trentotto anni fu caratterizzato da pace, ricchezza e uno sviluppo artistico senza precedenti. I Colossi di Memnone erano la dichiarazione visibile di questa grandezza: non servivano solo a proteggere l'ingresso del tempio, ma erano un manifesto politico scolpito nella pietra.

Ogni dettaglio era carico di significato simbolico. Le iscrizioni geroglifiche che corrono lungo i lati del trono narrano l'unificazione dell'Alto e Basso Egitto, rappresentata dalla presenza del loto e del papiro. Le figure più piccole ai piedi dei colossi rappresentano la madre del faraone, Mutemwiya, e la sua grande sposa reale, Tiy, a sottolineare l'importanza della dinastia.

Il fatto che questi colossi siano sopravvissuti mentre l'intero tempio è scomparso è profondamente ironico. Dovevano essere semplici guardiani all'ingresso, eppure sono diventati il simbolo stesso del potere e dell'ambizione dei faraoni, testimoni silenziosi di una civiltà che sapeva trasformare la pietra in eternità.

I Colossi di Memnone ci insegnano che le grandi civiltà non si misurano solo dalle loro conquiste militari o dalle loro ricchezze, ma dalla capacità di realizzare opere che sfidano i limiti del possibile. Ogni blocco di quarzite trasportato controcorrente sul Nilo era un atto di fede nella grandezza umana, un messaggio lanciato attraverso i millenni che ancora oggi continua a risuonare nella piana di Tebe.