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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Alex (del 13/04/2026 @ 17:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 296 volte)
Mappa della Baia dei Porci a Cuba con scene dello sbarco del 1961 e bandiere contrapposte USA e Cuba
Dalla rivoluzione del 1959 alle drammatiche dichiarazioni di Trump nel 2026, la storia di Cuba è un susseguirsi di crisi. Un viaggio nella Baia dei Porci, nella crisi dei missili e nei rischi di un nuovo conflitto. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Le origini della tensione: la rivoluzione cubana e la rottura con Washington
Per comprendere le crisi che hanno segnato Cuba, bisogna partire dal 1959, quando Fidel Castro rovesciò il dittatore Fulgencio Batista. All'inizio, gli Stati Uniti riconobbero il nuovo governo, ma presto emersero i primi attriti. La riforma agraria del maggio 1959, che espropriò vaste piantagioni (molte delle quali di proprietà di aziende americane), fu il primo vero colpo. A ciò seguì la nazionalizzazione delle raffinerie di petrolio controllate da compagnie statunitensi, dopo che queste si rifiutarono di lavorare il greggio sovietico. Washington rispose tagliando gli acquisti di zucchero cubano (la principale voce di esportazione dell'isola) e sospendendo le forniture di petrolio. L'Unione Sovietica colmò rapidamente il vuoto, diventando il nuovo mercato per lo zucchero e il fornitore di energia per Cuba. Era l'inizio di un allineamento che avrebbe segnato i successivi trent'anni. Per gli Stati Uniti, l'idea di avere un governo filosovietico a soli 145 chilometri dalle proprie coste era inaccettabile nel contesto della Guerra Fredda. La dottrina del "contenimento" (containment) dettava di impedire a ogni costo l'espansione del comunismo nell'emisfero occidentale, considerato il "cortile di casa" americano. Il palco era pronto per il primo grande scontro.
1961: la disfatta della Baia dei Porci (Playa Girón)
L'operazione militare più nota e più fallimentare della CIA contro Cuba fu l'invasione della Baia dei Porci. Ideata durante l'amministrazione del presidente Dwight Eisenhower e poi ereditata dal successore John F. Kennedy, l'operazione prevedeva lo sbarco di circa 1.400 esuli cubani, addestrati e finanziati dagli Stati Uniti, sulla costa meridionale dell'isola. L'obiettivo era innescare una sollevazione popolare che rovesciasse Castro. Il piano, tuttavia, fu un disastro tattico sin dall'inizio. Il 15 aprile 1961, un primo raid aereo con bombardieri B-26 (dipinti con i colori cubani per nascondere la mano americana) mancò gran parte degli obiettivi militari. Il 16 aprile, durante i funerali di una delle vittime dell'attacco, Castro pronunciò un discorso infuocato in cui dichiarò per la prima volta il carattere socialista della rivoluzione. La mattina del 17 aprile, gli invasori sbarcarono nella Baia dei Porci (Playa Girón), ma si trovarono immediatamente in difficoltà: i fondali bassi e le barriere coralline bloccarono le imbarcazioni, e la copertura aerea promessa non arrivò perché Kennedy, preoccupato di far scoprire il coinvolgimento diretto degli USA, cancellò la seconda ondata di bombardamenti. L'esercito cubano, forte di circa 20.000 uomini, supportato da pochi ma efficaci aerei, circondò e annientò la brigata di esuli in meno di 65 ore. Il bilancio fu di oltre 100 morti tra gli invasori e 1.200 prigionieri, mentre le forze di Castro persero circa 160 uomini tra militari e civili. La disfatta fu un'umiliazione internazionale per gli Stati Uniti, rafforzò enormemente il prestigio di Castro e spinse Cuba ancor più strettamente nell'orbita sovietica. Un generale americano la definì "la peggior sconfitta dai tempi della Guerra del 1812".
1962: la crisi dei missili, il clou della Guerra Fredda
L'umiliazione subita alla Baia dei Porci, unita alla percepita debolezza di Kennedy, ebbe una conseguenza paradossale: convinse il leader sovietico Nikita Chruščëv che fosse possibile dispiegare missili nucleari a Cuba senza che Washington reagisse efficacemente. Nell'ottobre del 1962, aerei spia americani fotografarono le rampe per missili a medio raggio in costruzione sull'isola, in grado di colpire gran parte del territorio statunitense. Iniziava così la crisi dei missili di Cuba, il momento più pericoloso della Guerra Fredda, quando il mondo fu realmente a un passo da una guerra nucleare. Kennedy annunciò al mondo l'esistenza delle basi missilistiche e impose un blocco navale (definito "quarantena") attorno a Cuba per impedire l'arrivo di altri armamenti sovietici. Per tredici giorni, il mondo trattenne il fiato mentre le due superpotenze giocavano una partita a scacchi ad altissima posta in gioco. La crisi si risolse solo quando Chruščëv accettò di smantellare i missili a Cuba in cambio della promessa pubblica americana di non invadere l'isola e, come rivelato in seguito, di un impegno segreto a rimuovere i missili Jupiter obsoleti puntati sull'Unione Sovietica dalla Turchia. Per Cuba, la crisi fu una vittoria amara: il regime di Castro era stato salvato, ma l'isola era diventata un ostaggio della Guerra Fredda, e l'embargo economico totale decretato dagli Stati Uniti nel febbraio del 1962 sarebbe durato per decenni, diventando il più longevo della storia moderna.
L'embargo e la crisi del periodo post-sovietico
Il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 fu un colpo durissimo per Cuba. L'isola perse il suo principale alleato e finanziatore: scomparvero gli aiuti, i sussidi e le forniture di petrolio a prezzi politici. Iniziò il cosiddetto "Periodo Especial", un decennio di gravissima crisi economica e sociale, con carenze di cibo, medicine e carburante, e frequenti blackout. Gli Stati Uniti, lungi dall'allentare le sanzioni, le inasprirono con le leggi Helms-Burton del 1996 e Torricelli del 1992, che miravano a strangolare l'economia cubana e ad accelerare la caduta del regime. Nonostante le difficoltà, il governo cubano resistette, riorientando l'economia verso il turismo e le rimesse della numerosa diaspora. Fu solo con l'elezione di Barack Obama che si ebbe una parziale distensione: nel 2014 venne annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche, e nel 2016 Obama divenne il primo presidente americano in carica a visitare l'isola dopo quasi novant'anni. Il sogno del "disgelo", tuttavia, si sarebbe rivelato effimero.
La situazione attuale: l'offensiva di Trump e il rischio di un attacco militare
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le tensioni sono riesplose con una virulenza che ricorda i momenti peggiori della Guerra Fredda. A partire da gennaio 2026, l'amministrazione Trump ha intensificato drasticamente la pressione su Cuba. Il primo colpo è stato geo-politico: l'invio di forze speciali in Venezuela per catturare e deporre Nicolás Maduro, il principale alleato socialista e fornitore di petrolio dell'isola. Con Maduro fuori gioco, Cuba ha perso la sua principale fonte di greggio agevolato. A ciò si è aggiunto un embargo petrolifero totale decretato da Trump, che ha bloccato ogni fornitura di idrocarburi all'isola, minacciando tariffe ai paesi che avessero cercato di aggirare il blocco. Le conseguenze sono state immediate e drammatiche: Cuba è stata colpita da una serie di blackout nazionali. Un apagone nel marzo 2026 ha lasciato al buio l'intera isola per giorni, paralizzando ospedali, industria e vita quotidiana. La situazione è disperata: le centrali elettriche non funzionano per mancanza di carburante, e la popolazione soffre la fame e la mancanza di medicine. In questo contesto di crisi umanitaria, le parole di Trump sono state inequivocabili. Il 29 marzo 2026, a bordo dell'Air Force One, ha dichiarato: "Cuba è la prossima", aggiungendo che "è un paese in fallimento, e fallirà in un breve periodo di tempo. Noi saremo lì per aiutare". Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito Cuba un "disastro", attribuendone le difficoltà esclusivamente all'inefficienza del sistema. Di fronte a questa escalation verbale, la risposta cubana è stata sorprendentemente ferma ma prudente. Il viceministro degli Esteri, Carlos Fernández de Cossio, ha dichiarato alla NBC che il paese "si sta preparando in questi giorni alla possibilità di un'aggressione militare", definendo ingenuo non farlo dopo quanto accaduto in Venezuela. Tuttavia, ha ribadito che Cuba non desidera un conflitto, ma ha il diritto e il dovere di proteggersi, e si è detto pronto a dialogare. L'esercito cubano, storicamente preparato per un'invasione, è stato messo in allerta. La paura di un intervento militare statunitense, che potrebbe assumere la forma di "aiuto umanitario" o di una "liberazione", è diventata concreta.
La crisi umanitaria e le reazioni internazionali
La situazione a Cuba è diventata oggetto di crescente preoccupazione internazionale. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tramite il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso allarme per il collasso del sistema sanitario cubano, sottolineando che "i servizi sanitari non dovrebbero essere colpiti da tensioni geopolitiche, blocchi o carenze energetiche". A inizio aprile 2026, una delegazione di deputati democratici statunitensi, tra cui Pramila Jayapal, ha visitato l'isola. Al loro ritorno, hanno descritto una situazione catastrofica: "bambini prematuri che lottano per sopravvivere perché i loro incubatoi non funzionano senza elettricità, pazienti oncologici che non possono ricevere cure, bambini che non vanno a scuola". Hanno definito le azioni di Trump come "una punizione collettiva crudele, un bombardamento economico delle infrastrutture del paese". Nonostante il blocco, una nave russa, la Anatoly Kolodkin, ha consegnato a Cuba circa 730.000 barili di petrolio greggio a fine marzo. Inoltre, una missione umanitaria chiamata "Nuestra America" è partita dal Messico con cibo, medicine, pannelli solari e biciclette. Il governo cubano, dal canto suo, ha apertamente negoziato con Washington per una de-escalation, definendo i colloqui come ancora "molto preliminari".
Quale futuro per Cuba? Tra resistenza e dialogo
La storia di Cuba è quella di un paese che ha trasformato ogni crisi in un simbolo di resistenza. Oggi, l'isola si trova ad affrontare la tempesta perfetta: un embargo secolare che è stato inasprito fino a diventare un blocco petrolifero totale, la perdita dell'alleato venezuelano, una gravissima crisi energetica e alimentare, e un presidente americano che parla apertamente di "prendersi" il paese. Tuttavia, ci sono anche segnali contraddittori. Trump stesso ha autorizzato l'ingresso della petroliera russa, dichiarando di non avere "problemi" perché "il popolo ha bisogno di riscaldamento e raffreddamento". E il governo cubano, pur preparandosi militarmente, ha ripetutamente offerto un tavolo di dialogo. La comunità internazionale, dall'OMS ai legislatori americani, sta alzando la voce contro le sofferenze della popolazione civile. Che si tratti di una guerra per procura, di una transizione negoziata o di un nuovo intervento militare, una cosa è certa: la crisi cubana del 2026 è uno dei capitoli più aperti e pericolosi della lunga e tormentata storia tra l'isola e il "gigante del Nord". La vicenda cubana è la dimostrazione di come la Guerra Fredda non sia mai veramente finita, ma si sia semplicemente trasformata. In un mondo sempre più multipolare, il destino di un'isola di undici milioni di anime continua a rappresentare un banco di prova cruciale per gli equilibri globali e per il diritto internazionale.
Di Alex (del 13/04/2026 @ 11:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 321 volte)
Ritratto storico di Enrico Mattei fondatore dell'ENI
Partigiano, acuto politico, imprenditore visionario e nemico dichiarato dei potenti cartelli petroliferi internazionali: Enrico Mattei fu l'uomo che tentò audacemente di ridisegnare l'intera geopolitica energetica del Novecento. Fondatore dell'ENI, morì in circostanze oscure nel 1962, lasciando un'Italia orfana del suo progetto di indipendenza economica. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Le origini: dal banco dei pegni alla gloriosa Resistenza
Enrico Mattei nasce il ventinove aprile del 1906 ad Acqualagna, una pittoresca località incastonata nelle Marche, all'interno di una famiglia di modeste condizioni sociali. Il padre presta onorevole servizio come carabiniere, mentre la madre gestisce l'economia domestica con encomiabile rigore e scarsissimi mezzi finanziari. Questo peculiare sfondo di tranquilla provincia umbro e marchigiana, caratterizzato da una vita sobria, profondamente cattolica e dedita al duro lavoro, finirà per forgiare in maniera indelebile e profonda il carattere volitivo di Mattei. Svilupperà una naturale diffidenza verso i grandi e spietati capitali finanziari, un'ostilità viscerale nei confronti degli anacronistici privilegi nobiliari e l'incrollabile convinzione che la nascente industria nazionale dovesse servire innanzitutto il benessere del Paese, ben prima di arricchire i portafogli dei singoli azionisti. Dopo una giovinezza formativa trascorsa in Lombardia, dove apprende i segreti del commercio di pellami e scala le gerarchie fino a diventare il brillante direttore di una fabbrica chimica milanese, Mattei entra in stretto contatto con gli ambienti più ferventi della Democrazia Cristiana clandestina durante la tragica occupazione tedesca, emergendo come abile e pragmatico comandante partigiano nelle valli dell'Ossola.
L'AGIP e la provvidenziale nascita del colosso ENI
Nel cruciale e turbolento 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia affida a un giovane e determinato Mattei l'ingrato compito di liquidare definitivamente l'AGIP, l'Azienda Generale Italiana Petroli che era stata creata dal precedente regime fascista nel 1926 e che ora veniva considerata alla stregua di un inutile e dispendioso carrozzone statale destinato alla rapida dismissione. Mattei riceve ufficialmente l'incarico di commissario liquidatore, ma, con un formidabile colpo di genio imprenditoriale, invece di chiudere i battenti dell'azienda, decide audacemente di salvarla. La motivazione alla base di questo azzardo storico si concretizza nel 1946, quando le instancabili squadre di prospezione geologica dell'AGIP rinvengono inaspettatamente immensi giacimenti di metano nel sottosuolo della Pianura Padana, prima nei territori di Piacenza e Cremona, e successivamente sotto le fertili campagne dell'Emilia. Per la mente pragmatica di Mattei, queste non rappresentano semplici risorse naturali da sfruttare in maniera modesta, bensì costituiscono la formidabile leva strategica attraverso cui l'Italia intera può finalmente costruire una propria solida autonomia energetica, emancipandosi dalla schiavitù delle costose importazioni di carbone britannico e petrolio statunitense per finanziare il miracolo economico.
Le Sette Sorelle: la spietata guerra ai cartelli globali
Il delicato contesto internazionale del mercato petrolifero a metà del Novecento risulta essere dominato in maniera pressoché totalizzante da sette gigantesche compagnie angloamericane, che Mattei stesso battezza brillantemente con l'espressione giornalistica destinata a entrare nei libri di storia: le Sette Sorelle. Questi mastodontici colossi aziendali controllavano con pugno di ferro la quasi totalità della filiera globale, dalla produzione all'estrazione, fino al trasporto navale e alla raffinazione del greggio mondiale. Questo immenso potere veniva esercitato attraverso accordi capestro e concessioni negoziate con i fragili governi dei Paesi produttori in condizioni di palese e drammatica asimmetria contrattuale. I Paesi sovrani del Medio Oriente e del Nord Africa si trovavano costretti a cedere il proprio inestimabile greggio in cambio di royalties irrisorie che assai raramente riuscivano a superare la soglia del cinquanta percento degli immensi profitti generati. Mattei comprende lucidamente che, per riuscire a spezzare questo soffocante duopolio occidentale, deve obbligatoriamente offrire ai Paesi produttori qualcosa di radicalmente nuovo e vantaggioso: condizioni economiche decisamente migliori, una reale e paritetica partecipazione agli utili, e un concreto trasferimento di know-how tecnologico. Nasce così la leggendaria "formula Mattei", un approccio paritetico che sconvolge i mercati.
- 1945: Mattei viene nominato commissario dell'AGIP e decide di rilanciarla bloccandone l'imminente liquidazione.
- 1953: Fondazione ufficiale dell'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) sotto la presidenza assoluta e decisionista di Mattei.
- 1957: Firma del rivoluzionario accordo petrolifero con l'Iran che garantisce ben il 75 percento degli utili a Teheran.
- 1960: Avvio delle clamorose trattative commerciali con l'Unione Sovietica sfidando apertamente la geopolitica americana.
L'ENI come potente strumento di politica estera parallela
Ciò che rende inconfutabilmente la figura di Enrico Mattei un caso di studio assolutamente unico nell'intera storia industriale e politica italiana è la sua peculiare concezione dell'ENI: non la trattava come una semplice e arida azienda petrolifera statale, ma la guidava strategicamente come un vero e proprio ministero degli Esteri parallelo e totalmente autonomo. Egli disponeva di enormi risorse che utilizzava per finanziare in modo occulto o palese svariati quotidiani, tra i quali spicca la prestigiosa fondazione de Il Giorno nel 1956, concepito fin dall'inizio come una voce editoriale moderata ma fieramente indipendente dalle vecchie consorterie. Mattei influenzava pesantemente le correnti dei partiti politici e, soprattutto, stringeva relazioni diplomatiche personalissime con i leader emergenti del Terzo Mondo, che la rigida amministrazione di Washington considerava estremamente pericolosi o destabilizzanti. Da Gamal Abd el-Nasser in Egitto ad Ahmed Ben Bella in Algeria, Mattei dialogava e negoziava instancabilmente con tutti quei soggetti politici e rivoluzionari che potevano concretamente garantire alla Repubblica Italiana un vitale e sicuro accesso alle fondamentali risorse energetiche fossili, bypassando in maniera spregiudicata e geniale il soffocante blocco imposto dai cartelli delle compagnie anglosassoni.
La tragedia di Bascapè e gli inquietanti misteri irrisolti
Il tragico crepuscolo di questa straordinaria e irripetibile epopea industriale si consuma la sera del 27 ottobre 1962, quando il modernissimo aviogetto privato di Mattei, un bireattore Morane Saulnier 760 Paris, precipita disastrosamente nelle nebbiose campagne di Bascapè, in provincia di Pavia, pochissimi istanti prima di accingersi ad atterrare sulla pista dell'aeroporto milanese di Linate. Insieme al potentissimo presidente dell'ENI perdono orribilmente la vita l'esperto pilota Irnerio Bertuzzi e il noto giornalista americano William McHale. Sebbene le frettolose indagini originarie si siano rapidamente concluse archiviando il disastro come un banale incidente legato al maltempo, le successive e coraggiose riaperture del caso giudiziario, in particolare quella minuziosa condotta dal magistrato Vincenzo Calia alla fine degli anni Novanta, hanno stabilito con ragionevole e documentata certezza che il piccolo aereo fu deliberatamente abbattuto in volo dall'esplosione di una sofisticata carica di tritolo occultata nel cruscotto. Le innumerevoli e inquietanti ipotesi investigative sviluppatesi nel corso dei lunghi decenni successivi hanno puntato il dito in diverse direzioni, coinvolgendo oscuri intrecci tra la mafia siciliana, i servizi segreti deviati francesi e persino gli apparati della CIA, rendendo la sua morte uno dei segreti più fitti e dolorosi dell'Italia repubblicana.
Oggi l'eredità di Enrico Mattei sopravvive non solo nell'infrastruttura energetica del Paese, ma nel mito incancellabile di un uomo che osò sognare un'Italia libera dai padroni dell'energia mondiale.




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